“MENO OTTO ANNI DI ASPETTATIVA DI VITA MEDIA A NAPOLI RISPETTO ALL’EUROPA !”

Napoli – La Medicina ha il compito prioritario di diffondere la salute (Prevenzione Primaria) e subito dopo (non prima!) saper curare le malattie garantendo la diagnosi precoce piu’ efficace (Prevenzione Secondaria) .

La tragedia organizzativa della Sanità campana mostrata nella puntata del 22 gennaio di “Presa Diretta” e certificata nella durissima intervista al Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Prof Ricciardi obbliga tutti gli operatori sanitari e i Medici campani, con uno shock emotivo che speriamo possa essere salutare, ad un impegno civile, ed anche politico, da semplici cittadini, sinora quasi del tutto assente.

Come Medici dobbiamo ammettere che stiamo accettando troppo passivamente questo disastro gestionale ed organizzativo da troppi anni .

Per contrastarlo con efficacia va pero’ sempre rispettato un ordine e dare le giuste priorità di azione.

La Prevenzione Primaria non vede i Medici protagonisti esclusivi come la Prevenzione Secondaria ma la cura e la tutela dell’ambiente di vita e di lavoro sono sempre priorità obbligate per garantire le risorse economiche sufficienti ad una efficace Prevenzione Secondaria.

Napoli, sino al periodo del disastro urbanistico noto come “Mani sulla città” degli anni sessanta, come anche ieri sera certificato, aveva una aspettativa di vita media superiore a tutte le città del nord e pari a quelle di città d’arte come Firenze dove invece, contemporaneamente, un Sindaco, del livello morale di Giorgio La Pira, obbligava la Politica del tempo alla stesura ed al rispetto di un Piano Regolatore urbano in grado, da solo, di dare razionale spiegazione alla eccessiva velocità di crescita di quel “gap” di 4 anni di aspettativa di vita media perduti oggi dai cittadini napoletani rispetto a quelli di Firenze.

L’ordinato sviluppo urbanistico è il primo baluardo di Sanità Pubblica in una metropoli come ormai anche la città di Napoli.

A Napoli infatti gli incidenti vascolari acuti come infarti ed ictus erano a quel tempo praticamente assenti e ricordiamo perfettamente i Maestri della Clinica Medica napoletana degli anni settante come il Prof Mancini che, per farsi una adeguata preparazione sulla diagnosi e terapia degli infarti del miocardio era stato costretto a lunghe permanenze di studio nelle metropoli USA perche’ a Napoli non si registrava un numero adeguato di casi per fare esperienza.

Oggi Osservasalute certifica che gli incidenti vascolari acuti a Napoli sono di pari numero se non maggiori di Milano ma con esiti piu’ sfavorevoli legati ai gravissimi problemi organizzativi mostrati ieri sera, certamente, ma che includono anche i ritardi di intervento legati al traffico urbano caotico tipico della città metropolitana di Napoli e alla assenza di incisive azioni per ridurre il gravissimo inquinamento dell’aria a Napoli.

Da qualche tempo le notizie sull’ambiente in Campania vengono rigidamente impostate su un ’”ottimismo di regime” e sulla sottovalutazione, rispetto alla tragedia organizzativa sugli esiti mostrata anche ieri sera.

Un clamoroso esempio lo possiamo riscontrare sull’inquinamento dell’aria: “Napoli finalmente respira!” titolano i principali giornali negli ultimi tempi.

Una attenta lettura dei dati ISPRA sulla qualità dell’ambiente urbano mostra una ben diversa situazione, specie considerando gli ultradecennali ritardi della agenzia regionale ARPAC nella installazione di una rete di monitoraggio della qualità dell’aria efficiente e soprattutto completa.

il meteo salva Napoli dall’eccesso di giorni di sforamento ma non certo dall’ eccesso di inquinamento dell’aria e dal conseguente danno alla salute pubblica!

lo studio ESCAPE, pubblicato sul Lancet (19/12/2013) ha dimostrato che per ogni incremento di 5 mcg/m3 della concentrazione di particolato ultrafine (pm 2.5), già declarato cancerogeno, il rischio di morte per cause non accidentali aumenta del 7%.

Pertanto, non solo il numero dei giorni di sforamento dei limiti massimi ammessi dalla legge ma soprattutto la valutazione della concentrazione media annua delle polveri sottili (pm 10 e pm 2.5) diventa un parametro essenziale per la valutazione corretta del grado di inquinamento delle nostre metropoli e del conseguente danno alla salute pubblica.

Non è più sufficiente guardare il solo dato dei numeri di giorni di sforamento del limite di legge per avere chiara la situazione della qualità dell’aria.

Oggi è importante anche conoscere e monitorare la concentrazione media annua di particolato, specie ultrafine pm 2.5.

Napoli per l’anno 2016 ha dichiarato “SOLO” 58 sforamenti del valore massimo ammesso per pm10 (su 35 permessi) rispetto ai ben 75 di Torino ed ai 73 di Milano ma ha mostrato la medesima concentrazione media di pm10 come valore medio annuo (37 mcg/m3 Napoli e Torino, 38 Milano, valore massimo di legge 40 )

Valori superiori a quasi tutte le altre città della pianura padana (Bergamo 33, Pavia 36, Cremona 36 Vicenza 36, Padova 37, Reggio Emilia 30, Modena 30, Parma 29, Verona 30) inferiori soltanto a Brescia (39), e Treviso (38).

In apparente contraddizione a Napoli risultano i dati che si riferiscono alla concentrazione media delle polveri più pericolose (pm 2.5) .

Risulta quindi dai dati ISPRA che, al contrario di quanto certificato dai dati sui pm 10, Napoli sostanzialmente per inquinamento dell’aria è pari (o anche peggio) a tutte le città della Pianura Padana, in particolare per le centraline “Ente Ferrovie” e “via Argine” ( cioè quelle ubicate in prossimità del Porto di Napoli cui si attribuisce ormai da tempo la responsabilità diretta di non meno del 40 % complessivo di polveri sottili) , la situazione per le pm 2.5 sembrerebbe migliore con “soltanto” 21 mcg/m3 , valore comunque elevato rispetto al limite massimo di 25 , ma apparentemente meno delle città della pianura padana (Torino 23, Milano 29, Bergamo 27 e Brescia 28 per esempio).

Apparentemente, infatti, dal momento che questi dati fanno riferimento solo a due su sei centraline cittadine, di cui una (Capodimonte) ubicata in uno dei pochissimi polmoni verdi della metropoli di Napoli (in collina, quindi molto lontana dal Porto) che comunque mostra un poco invidiabile valore medio di 21, grazie agli aerei di Capodichino in atterraggio quasi sulle terrazze della Reggia di Capodimonte.

Le centraline che risultano sforare di più a Napoli, cioè quelle di “Ente Ferrovia” e “via Argine”, monitorizzano aree della citta’ al momento inquinate al pari di tutte le città della Lombardia per traffico veicolare e navale (via Marina e accesso e deflusso dal Porto di Napoli).

Purtroppo , proprio queste centraline non risultano complete e dotate di rilevatori per pm 2.5 (o non riportano un numero sufficiente di dati), cioè le polveri sottili più pericolose e mortali per la salute dei napoletani!

Dopo decenni di grave problema ambientale riconosciuto da tutti, non siamo ancora grado di stabilire con certezza a Napoli il reale impatto delle varie componenti (auto, TIR, navi, aerei, ecc) per l’assenza di sensori (o comunque insufficiente rilevazione dati) completi (pm 10, pm 2.5, benzene, NO, SO2) sia per le centraline attualmente operanti (via Argine e Ente Ferrovie) sia per quelle eventualmente aggiuntive da collocare oltretutto in maniera razionale per una corretta valutazione dei dati.

Tale indispensabile e completo monitoraggio dovrebbe essere da molti anni trasparente, efficace ed ordinario lavoro delle Istituzioni a tale scopo responsabili come l’ARPAC, ma ancora non c’e’!

I dati ISPRA certificano quindi che almeno una parte di Napoli, metropoli con la piu’ alta densita di abitanti per kmq di italia, per inquinamento dell’aria è sostanzialmente in linea con tutte le città padane e questo dato mortale comunque non si risolve solo bloccando o riducendo la circolazione delle sole auto, ma mettendo sotto controllo e intervenendo con efficacia anche sulle attività intracittadine del Porto e dell’Aereoporto.

Cosa che, ovviamente, non si vuole fare.

Egualmente sono noti da anni (e pagati anche molti milioni di euro), risultati che certificano il danno significativo delle falde acquifere di tutte le aree identificate dall’Istituto Superiore di Sanità come area SIN (Sito interesse Nazionale) oggi ridotta a SIR (sito di interesse regionale) come il litorale domizio flegreo con tre milioni circa di cittadini interessati rispetto al totale di circa sei milioni di tutti i circa 56 siti inquinati certificati nel “Progetto Sentieri” da parte dell’ISS.

Sono ormai parte della storia giudiziaria dello Stato Italiano come ad esempio il cosiddetto Processo Carosello sull’inquinamento delle falde acquifere di Acerra i cui atti sono stati appena depositati in Cassazione.

Siamo profondamente grati all’Istituto Superiore di Sanità per il lavoro di epidemiologia ambientale svolto sino ad oggi che ha dimostrato e certificato continuamente le gravissime lacune delle istituzioni sanitarie locali in tema di epidemiologia ed epidemiologia ambientale in particolare per il Comune di Napoli che continua ad esempio a non avere dati locali dal registro tumori (registro tumori asl 1 assente!) dopo decine di anni nonostante un cosi grave e certificato disastro.

I dati su Napoli sono ancora oggi soltanto quelli prodotti, con azione non dovuta, dal Comune di Napoli e dai giovani ricercatori dell’ANGIR, su nostra continua pressione. Senza dati epidemiologici continui, trasparenti, certificati e validati come si puo’ programmare semplicemente una azione gestionale in Sanità pubblica per contrastare questa deriva cosi grave in atto?

Siamo profondamente grati per l’autentico shock che abbiamo provato ieri sera, come Medici campani, nell’ascoltare la drammatica intervista al Presidente dell’ISS ma siamo preoccupati per la sottovalutazione ancora mostrata sul problema ambientale e quindi di sanità pubblica nei territori dell’area metropolitana di Napoli, nonostante proprio il meritorio lavoro già svolto sia da ISPRA che da ISS.

Riteniamo però una grave sottovalutazione e finanche pericoloso non citare la tragedia ambientale sempre in atto in Campania e citare invece il ritardo nella acquisizione di farmaci innovativi per la cura delle malattie specie oncologiche in Campania o la mancanza di attività fisica individuale in una area metropolitana caratterizzata, come da dati ufficiali ISPRA, da zero mq di aree verdi pubbliche dove fare attività fisica individuale, come ad esempio nel Comune di Casavatore, e da roghi tossici e discariche abusive di rifiuti industriali in pieno centro cittadino come appena identificato dalla Guardia di Finanza ad Afragola!

Ricerche condotte al Pascale di Napoli (Prof Perrone) hanno certificato la presenza di una “financial toxicity” dei pazienti campani affetti da tumore con incremento di mortalità sino al 20 % ma non per mancata somministrazione di farmaci innovativi ma per la carenza, su base di deprivazione economica e di disorganizzazione, dei farmaci non innovativi e magari a basso costo ma direttamente a carico dei pazienti necessari alle terapie di supporto e domiciliari , come appunto mostrato ieri sera da “Presa Diretta”.

Studiando i dati, non possiamo evitare di notare come la classifica redatta dal Registro Tumori Infantili della Campania coincida in maniera veramente impressionante con la classifica redatta dal Sole 24 Ore sulla qualità della vita delle Province Campane.

Innanzitutto, è vero che la Campania (ma non tutte le province) non supera la media di incidenza di tumori infantili (da 0 a 14 anni espressa in numero di casi per milione di abitanti complessivo) al punto tale da avere provocato in molti ipocriti “negazionisti” l’immediato urlo che “Terra dei Fuochi” non esiste e che era tutto una bufala, ma il dato di per se non è affatto rassicurante non solo per la Campania, ma innanzitutto per l’intera Italia.

Pediatrics sin dal 2016 aveva già pubblicato ufficialmente (e correttamente per un arco temporale di circa 50 anni) i medesimi dati riguardanti una nazione non certo povera come gli USA e sia per gli Usa che per l’intera Europa la media di riferimento per i nuovi casi incidenti di cancro infantile non supera i 140 casi per milione di abitanti, rispetto ai ben 175 dell’Italia e ai 164 della Campania, per cui il dato ufficialmente attesta che la Campania mostra una media di casi incidente ben maggiore di quella di USA ed Europa intera.

Come ben si evince dai dati USA l’andamento temporale che va riportato mostra una crescita costante e purtroppo sostanzialmente inevitabile legata al cosiddetto “progresso” che comporta sin da prima del concepimento un danno alla salute del nostro apparato riproduttivo e quindi anche del prodotto del concepimento sino alla violentissima riduzione della natalità che purtroppo, ed anche in Campania, non appare certo legata solo a problemi socio-economici ma anche sanitari (incremento della infertilità)

Va infatti considerato, sia nella lettura dei dati USA che dei dati campani e italiani, che negli anni settanta la popolazione di riferimento infantile (anni da 0 a 14) risultava essere circa il 25 % della totale di riferimento. Oggi non supera il 13 % (allegato 4) per il progressivo e apparentemente inarrestabile calo della fertilita’ di certo anche per problemi di inquinamento ambientale, specie per i maschi.

Il dato di incidenza pur disponibile per gli anni al 1993 mostra che il trend di crescita , parallelo a quello di tutti gli stati industrializzati come gli USA, in Italia ma ancor piu’ in Campania ha seguito un trend di crescita particolarmente accelerato, passando da “soli” 139 casi incidenti nel 1993 in Italia (quindi di fatto eguale al dato di oggi degli USA!) e soltanto un misero 108 per la intera regione Campania , oggi arrivata come media complessiva a 164.

Cio’ che più colpisce pero’ , e che segnaliamo pertanto alla vostra attenzione , è la perfetta sovrapposizione per provincia dei dati di incidenza del cancro infantile in Campania (2008 – 2012) con la classifica (socio- economica!) della qualità della vita stilata dal Sole 24 Ore per il 2017.

La ultima Provincia italiana per qualità di vita è Caserta (110esima su 110 province italiane) . Caserta è anche la piu’ pesantemente colpita dai dati di incidenza di cancro infantile (179 vs 175 Italia, 164 Campania, 140 USA e Europa!) .

A seguire Avellino (169 casi) , Napoli (165) , Salerno (153) e buon ultima Benevento (128 casi , meno ancora oggi di quanto registrano USA ed Europa) .

La provincia di Benevento quindi, pur la piu’ povera della regione Campania per PIL po capite, è comunque la provincia campana che meglio si classifica nel report sulla qualità di vita (95’ posto) .

La provincia più povera, Benevento, e’ pero’ anche quella dove continuiamo a registrare un minore numero di casi incidenti di cancro infantile in Campania.

Questo dato dovrebbe essere confermato anche dal locale registro tumori per gli adulti ma, guarda caso, proprio insieme al registro tumori della Asl 1 (Napoli centro!) continuiamo a non vedere produrre dati. Sono ormai oltre venti anni!

Quindi , non sembra certo la povertà da sola ne’ il solo cattivo accesso alle cure da solo a determinare una evidente crescita di incidenza e mortalità del cancro infantile e del cancro in generale nella regione Campania, ma la qualità della vita complessiva: ambiente degradato, lavoro scarso “ a nero” o in regime di schiavitu’, assenza di servizi sociali e cultura, assenza di un valido e rapido accesso alle cure, povertà e difficoltà nel recuperare e disporre dei farmaci di supporto (piu’ che innovativi) direttamente a carico del cittadino, ecc. ecc. ad unum con i cattivi stili di vita individuali e la carenza di prevenzione secondaria.

E’ la somma di cotanto degrado e disastro ambientale, organizzativo sanitario e sociale a creare dati cosi gravi e soprattutto INGRAVESCENTI!

Non ci rallegra sapere di avere meno cancro infantile della media italiana laddove dobbiamo registrare specie al nord (Modena, Umbria, Reggio Emilia) la presenza di registri tumori infantili che certificano più di 200 casi incidenti per milione di abitanti rispetto ad una media USA ed UE di 140.

Siamo la Nazione con il peggiore controllo delle attività industriali e dei rifiuti industriali e tossici e la peggiore qualita’ di vita complessiva per i nostri bambini.

I cittadini di “Terra dei Fuochi”, informati da noi, sono stati solo i primi ad accorgersene ed a ribellarsi: la loro ribellione alla economia malata che distrugge l’ambiente ha ispirato pure Papa Francesco nella stesura della “Laudato Si”.

Non perdiamo altro tempo a discutere sui dati sanitari.

Ormai sono chiarissimi e per niente buoni come invece come hanno urlato in tanti, volutamente ciechi per necessaria convenienza.

Terra dei Fuochi esiste eccome. Non è solo in Campania ma è tutta Italia come ha dichiarato il Procuratore Generale di Brescia : “la Prima Terra dei Fuochi siamo noi!”.

Il Vescovo di Acerra Mons Antonio di Donna ha dichiarato : “Terra dei fuochi non è un luogo ma è un fenomeno!” : è cioè la pessima qualità di vita complessiva di chi vive nei luoghi dove regna il lavoro nero, una industria fuori controllo che smaltisce rifiuti tossici prodotti in regime di evasione fiscale , e dove esiste pure un pessimo accesso alle cure per corruzione, malasanità e disorganizzazione .

Noi siamo Medici, cioè dalla parte dei cittadini/pazienti.

Siamo noi stessi cittadini di questi territori e abbiamo tutte le necessarie competenze per comprendere e soffrire per quanto anche ieri denunciato dal Presidente dell’ISS.

Siamo stati accusati di urlare troppo, di fare “allarmismo” o “creare ingiustificate ansie”.

Dopo l’intervista di ieri sera, siamo costretti a prendere atto di avere urlato anche troppo poco!

Non vogliamo, non possiamo, non dobbiamo assistere passivamente alla dissoluzione del SSN!

Siamo profondamente grati ai colleghi di ISS per il loro lavoro di scienziati ma li invitiamo a dare il giusto peso anche alla Prevenzione Primaria ed al danno all’Ambiente nell’area metropolitana di Napoli, oltre ai farmaci innovativi ad alto costo, che non mancano (ancora) ai cittadini napoletani che pero’ si ammalano troppo, e di tutto, pur essendo i più giovani di Italia !

A noi Medici dell’Ambiente e a tutti i cittadini napoletani che si ammalano, soffrono e muoiono in eccesso ogni giorno per tale disastro ambientale e quindi sanitario in atto interessa non perdere altro tempo per agire a contrasto e soprattutto sapere da che parte si sta, come ci ha insegnato Don Peppe Diana.

Basta con l’immobilismo ma anche basta col negazionismo e le sottovalutazioni!

Napoli li 23 gennaio 2018

ISDE MEDICI AMBIENTE PROVINCIA DI NAPOLI

Dr A. Marfella, Dr L. Costanzo, D.ssa G. Tommasielli, Dr G. Esposito, Prof G. Comella

 

Gennaro Esposito