Saviano – Al Teatro Auditorium in scena il gruppo teatrale, Hirya con “ Le bugie con le gambe lunghe”. Quando è di scena l’ipocrisia umana

Quando è di scena l’ipocrisia umana

Saviano – Rassegna Festival città di Saviano, XIV edizione.  Sul palcoscenico è stata proposta: “ Le bugie con le gambe lunghe” del gruppo teatrale, Hirya proveniente da Casamarciano, per la regia di Giovanni Cavaccini.

In platea la presenza di due Sindaci: a far gli onori di casa il Sindaco di Saviano, Carmine Sommese e il quello di Casamarciano Andra Manzi. A Casamarciano  si tiene, a fine estate, un importante e prestigiosa Rassegna nazionale teatrale. Nei loro interventi si è sottolineata questa  sinergia culturale in un clima di  cordialità. Notevole consenso di pubblico.

Significativa l’elegante scenografia di Carmine Ciccone: un distinto appartamento per nulla in antitesi con il clima di miseria post bellica. Un balcone centrale dove si intravede, di fronte, un palazzo d’epoca fatto di mattoni allungati in un architettura semplicistica rigida e inflessibile, ma quello che colpisce è quanto riportato ai lati della scena; da un lato s’intravedono vestiti disegnati accuratamente e alla rinfusa significanti il mestiere della coprotagonista femminile, per l’appunto una sarta, e dall’altro dei francobolli collocati in ordine sparso. Il protagonista della vicenda, è un filatelico; di questa sua passione ne ha fatto un mestiere col quale sopravvivere alla giornata; un interesse che denota una persona di un certo gusto culturale; un accurato collezionista.

Il tema centrale, è una società dominata dall’ipocrisia e dalla volontà di apparire; dirà uno dei personaggi: “ Mentire, mentire fino all’evidenza per non perdere di vista il proprio obiettivo”. È una commedia scritta da Eduardo De Filippo nel1947, inserita nella raccolta “Cantata dei giorni dispari”. Il protagonista, Libero Incoronato,  al centro di squallidi intrighi, è interpretato da Gennaro Basile. Un personaggio costretto a vivere la sua irrilevante esistenza insieme a sua sorella Costanza!  Ha un sogno spezzato, quello  che gli impedisce di sposarsi con la donna di cui è innamorato. Una donna che in passato aveva avuto una vita alquanto variegata, non proprio moralmente accettabile dalla critica. Costanza, sta per sposare un uomo facoltoso, ma di carattere perfido: avaro, egoista, pieno di strane manie ed altro; molto in breve il sig. Perretti, interpretato da Gennaro Addeo.

Un repentino cambiamento  potrebbe essere non congeniale; significherebbe sì addio a costrizioni ma anche a situazioni di ripiego. Il matrimonio di Costanza nasconde l’opportunismo imposto perfidamente  dalla miseria  di assicurarsi una vita migliore anche se molto infelice. Irrompono sulla scena per dare maggior vivacità al racconto scenico la coppia Benedetto e Olga: lui,  Benedetto interpretato da Michele Palma, lavora a Grosseto dove dirige delle sale cinematografiche, e lei non vuole raggiungerlo. Non è questione di altro genere ma il celare una sua ambigua  relazione con un capitano americano. Olga, cinicamente, vorrebbe che suo marito le intestasse casa e le garantisse un cospicuo conto in banca. Olga, qui in scena interpretata da Luisa Virtuoso, ottiene quanto voluto in tal senso. Sull’altro fronte rimane in stato interessante  e  l’amante è fuggito altrove. La donna decide, in sintesi, di far ricadere la responsabilità della gravidanza su Libero, cercando un approccio. Un piano diabolicamente ben congeniato, ma la madre di Olga, ruolo affidato a Rosa Allocca, irrompe sulla scena, in maniera concitata. Subentra   Benedetto e inizia un feroce  litigio. Prende il posto stranamente, in un’altra stanza, una calma perfetta, inattesa: Olga racconta al marito una sua realtà e riferisce tutta una serie d’intrighi. A Benedetto la storia va bene! e in tal modo: lui, a sua volta, ha commesso la stessa trasgressione con una cameriera; anche quest’ultima è rimasta gravida della loro relazione;  è la nascita di suo figlio! almeno sì crede! Per salvare le apparenze gli ha trovato, opportunamente, un marito tra uno dei suoi dipendenti. Quest’ultimo accetta una situazione compromettente che potrebbe rivelarsi a proprio vantaggio; ha sempre avuto mire orgogliose e divenire lui il direttore.

Compromessi e complicità delle parti che negano persino  l’evidenza e si fabbricano una loro realtà, una loro verità! Verità per sopravvivere per continuare l’esistenza per giustificare, a modo loro s’intende, uno scorrere del tempo. Libero deve costatare che la situazione  a dir poco, ingarbugliata e la menzogna nella sua accezione più assoluta, fa da padrona assoluta in senso ripugnante. Il culmine dello sdegno, dopo che è passato del tempo, è alla festa di battesimo del figlio di Olga. Anche il dipendente di Benedetto nega la vera situazione. Libero non può che deflagrare nella sua coscienza e urlare, pur nel suo contegno, contro la falsità. Nell’epilogo racconta anche lui la sua di verità: accumulata una fortuna è deciso a sposarsi. Presenta  la donna che amava da tempo interpretata da Francesca Manzi. Per Libero che anche lui pure  non è immune dal pensiero comune, vuole distinguersi e degnamente si allontana, insieme alla sua amata, dalla festa; un distinguersi che è un tentativo di riappropriarsi di una stato di dignità; su tale situazione cala il sipario. Nucleo tematico di questo, è il rapporto tra verità e esteriorità. La scena è ambientata nel dopoguerra. Napoli è una città che è, si potrebbe dire, vero e proprio crocevia simbolica della vita e della cultura di quell’epoca fatta di sopravvivenza ed  inquietudine con la sua disperazione e le sue innumerevoli opportunità di illegalità. È  luogo reale e simbolico, tempio della tormento e della speranza, delle ipotesi che risplendono senza poter davvero trasfigurare la realtà. Luogo delle derive più irrefrenabili. Si verifica nell’ordinarietà l’assistito più solidale e lo scherno più crudele, l’intelligenza più complicata. Per  poter comprendere meglio lo scenario culturale, occorre ricordarne gli avvenimenti importanti dal punto di vista storico, sociale. Fulcro centrale della questione e quanto concentrato su quel lasso di tempo dopo le tragiche Quattro Giornate di Napoli, nel settembre 1943, segnate dall’insurrezione popolare. Il protagonista vive questo post periodo; compreso, in modo totalizzante, solo da chi fu direttamente protagonista di quelli eventi storici. Una persona attenta in un mondo che la guerra ha costretto ad un regime di convivenza, che vive semplicemente nella sua miseria; a tavola, in una circostanza iniziale, vuol mescolare il vino con l’acqua per chissà quale ombra di normalità e sembra gradire non più di 50 gr di formaggio; da dividere in due ovviamente! Intreccio e d’intrighi:  È l’invertito del proverbio popolare; le bugie con le gambe corte sono quelle dei bambini, mentre quelle con le gambe lunghe sono quelle che tutti noi dobbiamo avere per rapidamente camminare. “ La bugia è una verità che ha perso il controllo di sé”, ha affermato, tra altro, uno spettatore culturalmente preparato e consultato sull’argomento! Una definizione  contradditoria, paradossale. Ma  una frase che forse, più di tutte, ben sintetizza quanto portato in scena.