La questione del linguaggio sessista

Perché, afferma Laura Boldrini, il linguaggio è importante e sostiene le culture collettive. Dire “la ministra, la sindaca, la direttora” sarebbe dunque determinante per cambiare una mentalità ancora disabituata a riconoscere i diritti delle donne. Del resto la questione del linguaggio “sessista” sta impegnando da anni le residue energie di un femminismo stanco e ripiegato su se stesso al punto che le università stilano le nuove norme grammaticali da utilizzare per una parità effettiva anche nel vocabolario. Una battaglia così lontana dalla sensibilità della maggioranza delle donne (allarmate semmai dalla mancata crescita dei salari e dalla mancanza delle cosiddette politiche family friendly) che ha contribuito non poco al declino della festa femminista dell’8 marzo. Senza contare che il linguaggio rappresenta la realtà e non può essere “costruito” a tavolino stabilendo in modo ideologico dove porre un articolo determinativo.

L’8 marzo: una festa al tramonto

Il declino dell’8 marzo, va detto, si spiega anche con il fatto che la sinistra ha nettamente virato per la scelta genericamente progressista di mettere sullo stesso piano la tutela dei diritti dei soggetti deboli – disabili, gay, donne, anziani, immigrati, movimenti antagonisti – continuando nell’errore di considerare quella femminile una categoria da trattare alla stregua di specie protetta. Una categoria da proteggere adesso anche dai presunti “abusi” della grammatica. Un utopismo che lascia indifferenti le donne in carne e ossa, il cui realismo le induce da un lato a non retrocedere sui diritti ma dall’altro a non sposare cause così poco rappresentative.RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO PER RADIO PIAZZA NEWS