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Al Ridotto del Mercadante in scena “La città involontaria” di Antonella Monetti

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Da martedì 26 novembre a domenica 1 dicembre al Ridotto del Mercadante lo spettacolo La città involontaria, drammaturgia, regia e interpretazione di Antonella Monetti, quarto appuntamento del progetto Il mare non bagna Napoli dal libro omonimo di Anna Maria Ortese a cura di Luca De Fusco per il Teatro Stabile di Napoli.

In scena, con Antonella Monetti, il danzatore Antonio Vitale e i musicisti Michelangelo Severgnini al contrabbasso e Ciro Riccardi alla tromba. Coreografie di Linda Martinelli. Costumi di Zaira de Vincentiis; disegno luci di Gigi Saccomandi; installazione scenica di Marco Di Napoli.

Ripercorrere la cronaca della visita ai Granili di Anna Maria Ortese significa innanzitutto non prefiggersi di scorrere il susseguirsi degli episodi narrati: piuttosto lasciar risuonare il disorientamento dellautrice nel vivere quellesperienza. Significa, forse, cercare, durante la traversata nei recessi della città Medea, le distinzioni tra la paura della morte, la paura del trascinarsi della vita nei disagi estremi della malattia e della miseria, la poesia di gesti umani che esprimano vita al di là di tutto, la ricerca di singoli istanti di bellezza, ma anche di animalità furibonde, di sensualità che la disperazione può far divenire malata, inquietante. Dalle vicende legate ai bambini della casa proviene il grido più struggente, quello che impressiona poiché vivo: in questa casa ce ne saranno almeno ottocento, di questi birichini, ma non conoscono la santa obbedienza, purtroppo non sono educati.
Non sono belli lo stesso e non sono poetici affatto, gli scugnizzi della Ortese, anzi: sono nudi, freddi, sporchi, minacciosi, violenti, malati, morti. Bambini già vecchi, bambini che sembrano danzare giochi terminali. In scena, oltre a una attrice, che recita il testo, alla musica di una settecentesca Medea di Anton Jiri Benda eseguita dal vivo da contrabbasso e violoncello, a visioni proiettate su tramezzi improvvisati (scene di un altrove, furtive come fughe) ci sarà un danzatore sessantacinquenne, il cui corpo vuole incarnare proprio quella non-innocente infanzia e i suoi giochi terminali. Essi appaiono nella difficoltà di godere della danza per la fatica del gesto, danza alla quale non si arrende, anzi si abbandona e dalla quale si lascia attraversare.
(Antonella Monetti

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