Il Nuovo corona virus è un virus “nuovo”, gli esperti usano il termine “emergente”, e come tutti i virus emergenti spaventa perché non se ne conoscono con precisione le caratteristiche, la patogenicità e, soprattutto, per il momento non esiste vaccino con cui prevenire la malattia che causa, la COVID-19. Si sa però che tipo di virus è, un corona virus appunto. Sappiamo che è simile alla SARS, anche se questo non significa che sia così severo in termini di mortalità come lo è stata la SARS o altri corona virus.

Come afferma la dottoressa Ilaria Dorigatti, epidemiologa e ricercatrice all’Imperial Cllege di Londra, oggi è possibile fare dei primi tentativi per calcolare l’impatto del Nuovo corona virus. La dottoressa e i suoi colleghi hanno calcolato il numero di viaggi giornalieri che vengono fatti dall’aeroporto di Wuhan verso l’estero, e combinato questo numero con la capienza dell’aeroporto e il numero di giorni che intercorrono tra il contagio e l’ospedalizzazione. Il risultato è che, stando alla proiezione, c’è una possibilità su 600 di esportare il virus: di conseguenza, stando ai numeri disponibili, le persone infette ad aver abbandonato la provincia cinese e a poter costituire nuovi focolai all’estero sarebbero 1700. Ognuna di queste potrebbe essere il paziente zero di un nuovo focolaio.

Ora che si parla di rischio pandemia per il nuovo coronavirus vale la pena rileggere cosa è già successo in passato, con le pandemie.© Underwood Archives – Getty Images Ora che si parla di rischio pandemia per il nuovo coronavirus vale la pena rileggere cosa è già successo in passato, con le pandemie. C’è già chi parla di pandemia e sostiene che il virus sarà difficile da contenere, e probabilmente arriverà a infettare una grande percentuale di popolazione, come Marc Lipsitch, epidemiologo e direttore del Centro per le dinamiche sulle malattie trasmissibili all’Università di Harvard. Lipsitch si sta occupando molto del Nuovo corona virus e sostiene che tra il 40 e il 70 percento della popolazione verrà infettata. Si tratta di una stima, non di un dato certo. Eppure rimane la stima di un esperto, e molti epidemiologi si dicono d’accordo con lui. Da qui la domanda: cosa succederebbe se da epidemia, quella del Nuovo corona virus diventasse una pandemia?

Japanese Girls Wear Masks for Protection© Bettmann – Getty Images Japanese Girls Wear Masks for Protection

La spagnola

La verità è che di pandemie ce ne sono già state tante nella storia, ma che ci sia una pandemia non è automaticamente un dato che ha a che fare con la pericolosità o la mortalità dell’infezione. La differenza tra epidemia e pandemia riguarda la diffusione geografica del virus. Le malattie infettive, spiega l’Istituto Superiore della Sanità, hanno caratteristiche diverse di diffusione e a seconda del come avviene la circolazione dell’agente infettivo, una malattia infettiva può manifestarsi in forma sporadica, epidemica, endemica o pandemica (dal greco “Pan-demos” cioè “tutto il popolo”).

Uno dei casi più celebri di pandemia è quello della cosiddetta “Spagnola”. Accadde nel ventesimo secolo, in concomitanza con la grande crescita della popolazione mondiale. Oggi è molto difficile avere delle stime precise su quella pandemia, ma si stima che il virus contagiò circa 500 milioni di persone e ne uccise almeno 25 milioni. Ci sono anche stime che parlano di un impatto ancora più severo, con un numero di morti che si aggirerebbe tra i 50 e i 100 milioni di morti (un terzo degli attuali abitanti degli USA, o l’intera popolazione della Germania, per intenderci). Ma ciò che conta sono i numeri rapportati alla totalità della popolazione mondiale: si calcola che a morire per via della Spagnola fu tra il 3 e il 6 percento della popolazione mondiale, come se oggi morissero 480 milioni di persone.

  • L’esempio della Spagnola è uno dei più celebri e ricordati tra le pandemie che colpirono la nostra specie, ma, appunto, è un caso unico come lo sono i casi della storia. I morti dipesero dal sistema sanitario, dalle conoscenze mediche dell’epoca, dalla popolazione mondiale e dal numero di contagi dovuti a spostamenti e organizzazione delle aree urbane. Oggi il mondo è molto diverso da quello del ventesimo secolo. La Spagnola venne identificata per la prima volta negli Stati Uniti, in Kansas, nel 1918. Era dovuta a un ceppo virale chiamato H1N1.

L’importanza della Spagnola, nonché il motivo per cui ancora oggi viene ricordata come “La madre di tutte le pandemie” viene dal fatto che si sviluppò in concomitanza con la Prima guerra mondiale. Il contesto in cui un’infezione può propagarsi, infatti, è uno dei fattori più importanti da calcolare per prevederne gli effetti. Oggi, il contesto è piuttosto difficile da inquadrare: viaggi di persone e merci sono molto più frequenti che in passato, ma non esiste un conflitto mondiale che determina particolari situazioni di malsanità per così tanti milioni di persone.

Warehouses that were converted to keep the infected people quarantined.© Universal History Archive – Getty Images Warehouses that were converted to keep the infected people quarantined.

Gli effetti della Spagnola sul mondo

Tra i dettagli più interessanti della vicenda della Spagnola ci sono gli effetti che ebbe sul mondo, sulle popolazioni e sul tessuto sociale. Come scrive Laura Spinney, “al tempo c’erano ancora parti del mondo in cui la gente non aveva mai sentito parlare né della teoria di Darwin né dell’esistenza dei germi. Come nell’interno rurale della Cina dove molte persone credevano ancora che la malattia fosse mandata da demoni e draghi, e sfilavano per le strade con figure del re drago nella speranza di placare gli spiriti iracondi”. Sempre Spinney riporta l’aneddoto di un medico missionario che descrisse il suo passaggio di casa in casa nella provincia dello Shanxi, all’inizio del 1919, e il ritrovamento di forbici piazzate su ogni porta, apparentemente “per allontanare i demoni o forse per tagliarli in due”.

Ma la cosa più interessante è come anche quella che al tempo era la parte più “moderna” del mondo vacillava psicologicamente. La guerra e la pandemia avevano fatto sì che l’idea della morte fosse qualcosa di quotidiano per la maggior parte delle zone del pianeta coinvolte (quasi tutte).

Ma non era soltanto una questione psicologica, anche la scienza dell’epoca non era preparata al contenimento di una pandemia, né a trovare soluzioni in tempi rapidi per curare gli infetti. Da qui, anche in Occidente, la diffusione di credenze irrazionali secondo cui la pandemia era un volere di Dio, una sua punizione dovuta ai peccati da espiare nella sofferenza. A Zamora – la stessa città spagnola da cui i giornali diffusero la notizia che la malattia era dovuta al bacillo di Pfeiffer – il vescovo del luogo sfidò il divieto delle autorità sanitarie di riunirsi in massa e ordinò alla gente di entrare nelle chiese per placare “la legittima rabbia di Dio”.