«Ho iniziato a 15 anni, volevo racimolare soldi. Non per gioco, nessuna di noi pensa che sia un gioco. Poi, quando ho capito che i soldi erano tanti, non sono riuscita più a fermarmi. Adesso cerco casa a Milano, ho passato i test di ammissione all’università: cambio aria e spero anche vita». A maggio ha compiuto diciotto anni e per tre ha venduto il suo corpo ai coetanei, agli amici degli amici più grandi di lei, a persone conosciute in discoteca e a uomini che la adescavano sulle chat «con moglie e figlie a casa» della sua stessa età. È una delle tante giovani della Napoli bene — dei quartieri Chiaia, Vomero e Posillipo — finite nella rete del sesso virtuale e, purtroppo, non solo. Un fenomeno raccontato ieri in esclusiva dal «Corriere del Mezzogiorno» (dopo l’articolo la Procura ha aperto un fascicolo): minorenni convinte a scambiare foto, video e a prostituirsi con uomini adulti in cambio di una ricarica per il cellulare o di buoni-acquisti validi sui siti di shopping on line. E sono decine, centinaia.

È bastato creare un profilo falso, fingersi una ragazzina spaesata di 16 anni, con una foto profilo presa dal web, innocua, di spalle, e verificare direttamente cosa si nasconde dietro le applicazioni di conversazioni on line che migliaia di ragazzi usano per parlare tra loro al cellulare, senza scambiarsi numeri di telefono o dati personali. Serve solo una mail. Lei, che chiameremo Silvia, ha iniziato a prostituirsi proprio così, riuscendo a comprarsi di tutto: scarpe, borse, capi d’abbigliamento firmati. Ora ha deciso di raccontare la sua storia, che mai aveva confidato neanche alle sue migliori amiche. Ha un viso angelico, i capelli corti, le mani curate ma senza smalto. Sulle labbra un po’ di rossetto rosso. Fissa il vuoto mentre fuma nervosamente una sigaretta tenendola con il pollice e l’indice della mano sinistra, mentre con la destra stringe il telefono cellulare che vibra ad ogni notifica ricevuta. Indossa sandali perché odia «i tacchi» e non beve alcolici «solo un po’ di vino», dice. Ma a volte usa droghe: «mi faccio di hashish». Cocaina? «Mai, devo essere sempre lucida, quelli fanno paura». Quelli chi? Terrorizzata, si blocca. «Non mettere il mio nome, nessuno deve saperlo anche se il portiere del palazzo dove abito lo ha detto a mio padre. C’è troppo movimento a casa mia il pomeriggio. Fino a maggio ero minorenne, troppo piccola per andare in albergo e quindi qualcuno veniva a casa a fare sesso con me. Quelli chi? Quelli che mi pagano».

Vive in una via chic della città di Napoli, appartamento vista mare. Suo padre e sua madre sono due professionisti «ma separati». Ha frequentato fino a giugno un liceo poco distante da casa, ma a scuola si faceva sempre accompagnare da qualcuno dei suoi amici che «facevano a gara». Poi sorride: «Credi che solo io faccia queste cose? Non immagini neanche, nessuno lo immagina, ma sono centinaia le ragazze di Napoli che vendono le loro foto sul web». Il sistema, ormai rodato, è semplice, come abbiamo verificato di persona con un profilo fake. «Ci sono decine di applicazioni da scaricare sul cellulare, tutte gratuite. Adesso addirittura si fa con le consolle dei videogiochi, quelle che si collegano on line e hanno la webcam. Basta un clic, un nome di fantasia, una foto di un paio di gambe, piedi, spalle nude e nel giro di pochi minuti sei subissata di messaggi — spiega —. Poi inizia la trattativa. Dieci euro per una foto vestita, venti per una nuda, trenta per una videochiamata».

E i soldi? «Buoni regalo per spese on line, di qualunque genere. Scelgo io e la verifica è immediata. Lui mi manda il codice e io lo inserisco sui miei profili». Ma il passaggio dal sesso virtuale a quello reale non è così immediato e scontato. «Devi deciderlo tu e fidarti». Dice di aver avuto le prime esperienze con i compagni di classe e con i loro amici. «A casa, cinquanta euro. Solo con persone che conoscevo. Per tre volte ho incontrato uomini conosciuti in chat, in auto. Chiesi 200 euro credendo che mi dicessero di no e invece si presentarono. Ero minorenne e loro lo sapevano».