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Credevo fosse amore

Da Teresa Petrarca,per radio piazza news

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Il nuovo spot pubblicitario contro la violenza su donne ha come titolo “credevo fosse amore” come un film di Massimo Troisi, che tutto era tranne che violento, anzi, era un film dove l’umorismo del dolore provocava negli spettatori una libera riflessione sui rapporti e sui legami di uomini e donne innamorate; si soffre per amore e ci si innamora per soffrire, ma mai con violenza.

Recuperato da un’amica su FB, che me lo fa vedere dice:” lo spot è efficace per il dolore che provoca, nel guardarlo”.

Credo che gli spot debbano essere maggiormente disciplinati da una commissione etica.

Portare in tv e sul web il viso deturpato di una donna Valentina Ptizalis, così si chiama la protagonista dello spot, sopravvissuta a suo marito che usó cherosene nel 2011 per lasciare un segnale di atrocità, selvaggiamente si concludeva così un legame, senz’altro modello di comunicazione.

Guardandolo si resta stupefatti dal fatto che ad ideare uno spot, ancora oggi, si punti sulla persona danneggiata, disabile, dis-adattata, vittima di una qualsiasi piaga sociale per uso pubblicità, come vendere una automobile.

L’essere umano non è una merce che deve offrirsi nel suo stato di calamità per provocare altro dolore in chi guarda uno spot o un messaggio umanitario.

Uno spot è un messaggio informativo e tale deve restare. L’informazione che passi attraverso le foto di bambini trucidati a Gaza, in stato cachettico in Africa, le riprese in reparti di oncologia pediatrica piuttosto che in sale operatorie deve finire.

Si può toccare l’umanità nel suo gesto di carità con linguaggi diversi, con l’uso di parole e immagini che siano addirittura al contrario di ciò che si vuole informare.

Una informazione che non sia specchio dis-umano, ma specchio di gesti umani dove informare passa per il cuore e non per la rabbia o il dolore di chi guarda.

Questo è uno spirito di fratellanza, lo spot in questione è un inno alla rabbia.

 

Teresa Petrarca

 

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