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CRISI; IST. TONIOLO: NONOSTANTE DIFFICOLTA’ 72% GIOVANI ITALIANI E’ FELICE, I PIU’ CONTENTI QUELLI CHE STUDIANO E LAVORANO (80%), I NEET (59%) I MENO SERENI.

per radio piazza news

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Nonostante la crisi, il lavoro che non si trova o malpagato, le tante incertezze legate al futuro e un’ampia sfiducia nelle istituzioni, la maggioranza dei giovani italiani non considera questo il tempo del proprio scontento. Il 71,8% dei giovani italiani dichiara, infatti, di essere abbastanza o molto felice.  quanto emerge dall’ indagine “RAPPORTO GIOVANI” effettuata a partire da un panel di 5000 giovani di età compresa tra i 19 e i 31 anni  e promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica e con il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo lanciata in occasione del Convegno per la 91ma Giornata Universitaria dal titolo “Chiedimi Se Sono Felice…” che si tiene a Milano, giovedì 16 aprile 2015, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore in via Largo Gemelli 1. Alla domanda “Quanto ti ritieni felice” a rispondere “per nulla” è infatti meno del 5%, contro un 13,3% che risponde “molto”. A rispondere “poco” sono il 23,6% degli intervistati, a fronte di 58,6% che rispondono “abbastanza”. Prevale quindi la moderata felicità. Se si mette infatti assieme chi ha risposto “molto” o “abbastanza” si arriva al 72%. Si tratta di una felicità non ingenua, ma unita a consapevolezza della difficile situazione, dato che l’85% dei giovani ritiene che l’Italia offra limitate o scarse possibilità per chi entra oggi nel mercato del lavoro. Ma il solo fatto di essere giovani non basta per essere felici. La carenza di prospettive e punti di riferimento, può produrre ansia, depressione, contraccolpi sul benessere psicologico ed emotivo.  I dati del Rapporto giovani confermano come nonostante la tenuta su livelli relativamente elevati della felicità tra i giovani – che consente di affrontare le difficoltà riconosciute con atteggiamento positivo – ci siano differenze rilevanti legati alla condizione di attività. Sono, infatti, i giovani che riescono a far conciliare lo studio con qualche lavoro part-time ad avere una maggiore percezione di benessere (80%), seguiti da chi lavora (76,7%), da chi studia (74,9%). I livelli più bassi vengono, all’opposto, toccati dai Neet, gli under 30 che non studiano e non lavorano. Si tratta di una categoria di giovani che vede le proprie capacità e competente inutilizzate, lasciate deperire, con il rischio di marginalizzazione non solo economica ma anche sociale. A lungo andare, la permanenza in tale condizione può minare la fiducia in sé stessi e la possibilità di raggiungere obiettivi desiderati di vita. Tra i Neet, la percentuale di chi si dichiara felice scende al 59%, mentre tocca l’80% tra chi studia e lavoro. Si tratta di oltre 20 punti percentuali di differenza. “I dati del Rapporto Giovani – dichiara il prof. Alessandro Rosina tra i curatori della ricerca –mostrano come la felicità sia rafforzata dal sentirsi attivi, dal fare, dal vedere il proprio tempo utilmente impiegato. E’ legata non tanto al reddito e al benessere economico, ma soprattutto alla produzione di senso e al riconoscimento sociale che si ottengono attraverso il proprio agire.  Se quindi anche la maggioranza dei Neet si dichiara moderatamente felice, a preoccupare è però l’oltre 40% di essi che combina il rischio di esclusione economica con lo scadimento del benessere psicologico. In valore assoluto, su 2,5 milioni di Neet, oltre un milione si trova intrappolato in questa problematica condizione di inattività mista a disagio emotivo”. Un’altra dimensione importante è quella delle relazioni familiari e amicali, che, dove presenti fanno, la differenza nella capacità di affrontare una realtà che offre molto meno di quanto si merita. La felicità – afferma la prof.ssa Elena Marta, tra i curatori dell’indagine –  è indubbiamente legata al concetto di benessere. L’indagine ha evidenziato come quest’ultimo aspetto sia percepito più elevato per i ragazzi i cui genitori cercano di promuovere l’autonomia equilibrando gli aspetti di controllo  con  quelli di dialogo  con i propri figli”.

 

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