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Figc «depenalizza» i cori di intolleranza territoriale. Solo multe, no alle curve chiuse

Cambia la norma della discordia

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Cambia la norma della discordia. Dopo le chiusure delle curve la scorsa stagione, da Roma a Milano, cantare cori contro i napoletani o qualsiasi altro tipo di “discriminazione territoriale” non varrà più l’automatica chiusura di settori degli stadi, ma una “gradualità di sanzioni” che andrà dalla diffida e dalla multa in su: per vedere puniti i club con settori vuoti o stadi interi senza pubblico bisognerà assistere a casi “di particolare gravità” o a recidive. E’ la decisione del primo Consiglio federale del nuovo governo del calcio, sotto la presidenza di Carlo Tavecchio.In sostanza, la discriminazione territoriale non è più equiparata alla discriminazione etnica o razziale – un illecito disciplinare – e dunque le punizioni saranno graduali e più leggere, attenuando di fatto la responsabilità oggettiva dei club. Lo chiedeva la Lega, convinta che i club fossero ‘vittime’ e che non si potesse calcare la mano sulla responsabilità oggettiva; e già prima dello tsunami dei Mondiali la Federcalcio aveva preso atto che qualcosa andava cambiato. Anche perché la Uefa, che fa da guida, non prevedeva nulla del genere.La norma sulla discriminazione territoriale era stata inasprita sulla scia di quanto deciso, nel maggio 2013, dalla Uefa che aveva voluto rendere più incisive le pene per i casi di razzismo negli stadi. Ogni singola federazione, quindi, aveva fatto proprie le direttive europee: avvertimenti, sospensione o interruzione di partite in caso di cori o ‘buu’ razzisti; chiusura del settore ‘colpevole’ (nel caso in cui si tratti della prima volta), o dello stadio intero (in caso di recidività); 10 turni di squalifica ai giocatori che si macchiano di un’azione, gesto o insulti razzisti.La Figc, recependo le novità, aveva messo mano al punto 11 del codice di giustizia sportiva, estendendo il concetto di razzismo a tutta un’altra serie di discriminazioni, compresa quella che riguarda l’origine territoriale. Si trattava, nella maggior parte dei casi, dei cori che risuonano contro Napoli ed i tifosi napoletani. Erano cominciate così a fioccare le chiusure di settori di vari stadi, quelli dai quali partivano i cori offensivi o, almeno, la maggior parte di essi. Roma, Torino, Juventus, Inter, Milan, Bologna, Verona, in B il Latina, in Lega Pro l’Ascoli: in tanti erano rimasti intrappolati nella tagliola dell’articolo 11.Particolarmente accesa la rivalità sull’asse Roma-Napoli, ancora prima del tragico episodio della finale di Coppa Italia che minaccia di riverberarsi sulla prossima stagione. Quando ancora l’incrocio tra i sostenitori giallorossi e quelli partenopei non era un problema di sicurezza, ma solo di cori, si erano intensificate anche le razioni polemiche delle tifoserie più accese, che avevano provocatoriamente iniziato a scandire cori offensivi con il dichiarato intento di causare la reazione della giustizia sportiva, fino all’estrema conseguenza di far chiudere l’intero stadio.

Una prospettiva che non piaceva a nessuno, tanto da far dire al presidente della Lega di A, Maurizio Beretta: “In questo modo, stiamo consegnando il destino delle squadre nelle mani di pochi irresponsabili”. Intanto, i tifosi del Napoli mostravano striscioni che inneggiavano al Vesuvio e ironizzavano ‘ora squalificateci’. “Non è una norma, ma una sanzione della discordia” aveva aggiunto l’allora presidente della Figc, Giancarlo Abete, promettendo una attenta valutazione di eventuali modifiche: “Da quando è aumentata la sanzione, in linea con le norme di contrasto del razzismo, si e’ posto un problema”. La prima idea era di dividere in settori più definiti gli stadi, per meglio individuare i responsabili. Oggi invece è arrivato il cambio di norma: la discriminazione territoriale è stata trasferita dall’articolo 11 del codice di giustizia sportiva – dove è anche il razzismo – al 12, la prevenzione dei fatti violenti. Cambiando la scala delle punizioni.

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