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Giacomo Leopardi: dal cupo pessimista al “giovane favoloso” di G. Panarella

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Chapeau per Mario Martone, regista partenopeo il quale ha avuto l’audacia non solo di riprendere uno dei grandi  – intoccabili – del passato, ma anche di riproporne una nuova visione rispetto a quella che siamo soliti apprendere tra i banchi di scuola. L’intoccabile in questione è Giacomo Leopardi, di cui non vengono messi in evidenza l’amore per Silvia o l’animo debole, che spesso è considerata caratteristica peculiare del poeta, ma tutt’altro: pochi minuti dedicati al Leopardi che si strugge contemplando dalla finestra la sua amata “all’opre femminili intenta” , e neppure uno per il Leopardi passivo e rassegnato. Il giovane favoloso nasce in una casa cupa e tediosa  a Recanati, e vive con il padre Monaldo, figura autoritaria e austera, la madre Adelaide, dallo sconfinato senso di religione e i fratelli Carlo e Paolina, con i quali intercorre un meraviglioso legame. Egli attinge all’immensa biblioteca del padre, e si dedica ad un eterno “studio matto e disperatissimo”, che sarà la causa della sua salute cagionevole, trovando piacere solo nella lettura e nella filologia. Ma la sua mente è troppo grande per essere rinchiusa in una dimora così opprimente e in un corpo così fragile. Sottomesso alle imposizioni del padre e deriso dai compaesani, trova comprensione solo in due figure, Pietro Giordani prima e Antonio Ranieri poi, che rappresentano uno dei temi più ricorrenti del film: l’amicizia. Per Pietro Giordani egli prova infinita stima e venerazione, sia in qualità di letterato (si ricordi la presa di posizione a favore dei classicisti nel dibattito classicisti – romantici,  Giordani con la ginevrina De Stael, e Leopardi con Berchet),  sia in qualità di amico. E’ nelle lettere che riceve che egli trova felicità, ed è nell’entusiasmo, nell’ansia di riceverne delle altre, nel compiacimento delle lusinghe che noi troviamo un Leopardi bramoso di gloria. La stima per lo scrittore però non è sufficiente a placare le sue inquietudini: Recanati è per il poeta un luogo infelice, fatto di persone che non sanno apprezzarlo, un luogo dove può solo provare – come scrive in una delle lettere indirizzate proprio all’amico – un’ostinata nera orrenda malinconia che lo lima e lo divora, che collo studio s’alimenta e senza studio s’accresce, e pertanto non gli resta che andare via. Leopardi tenta una fuga, ma viene sorpreso e ammonito dal padre. Nel confronto padre-figlio, a seguito di questa bravata,  Martone ci presenta un parallelismo tra ciò che il poeta mostra e ciò che realmente è: egli è immobile, seduto al centro di una stanza a subire i rimproveri del padre Monaldo, cercando di dare spiegazioni con calma e rassegnazione. Ma improvvisamente assistiamo alla visione di quello che Leopardi pensa davvero,  al modo in cui il vero Leopardi affronterebbe la situazione (cosa che però non si realizza concretamente, ma resta nella sua mente), in cui egli si alza, urla, scaraventa la sedia con rabbia ed esclama a gran voce “Odio questa prudenza che mi rende impossibile ogni mia intenzione!”. Ci troviamo di fronte un personaggio attivo e ribelle, che è, sì insofferente,  ma che ha intenzione di reagire a tale insofferenza. Finalmente ottiene l’approvazione del padre e riesce ad abbandonare il luogo natio per intraprendere numerosi viaggi: a Firenze conosce Antonio Ranieri, che sarà non solo l’altro esempio di grande amicizia, ma anche suo compagno di viaggi, dapprima a Roma e successivamente a Napoli, città di colori e distensioni, dal clima mite ideale per salvaguardare la sua salute. Anche qui, però, il poeta non può trovare il benessere: la derisione continua anche in territorio napoletano, dove egli è meglio conosciuto come “’O Ranuottolo” oppure, a causa della cifosi,  “’O scartellato” . E non solo: nella città di Napoli si passa inaspettatamente dai colori al colera, per poi arrivare all’eruzione del Vesuvio, grazie alla quale, in estreme condizioni, nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, troverà ispirazione per comporre La ginestra (con cui, tra l’altro, si conclude meravigliosamente il film). Qui egli descrive il paesaggio solitario e scarno, a seguito della distruzione dovuta alla catastrofe naturale, in cui nulla è felice se non l’odorata ginestra, simbolo dell’uomo consapevole della sua condizione, pronto ad accettarla non con rassegnazione ma con dignità. E’ infatti il tema indiscutibilmente primario la ribellione dello scrittore  insieme al suo desiderio di gloria. Leopardi non viene dipinto come un debole pessimista che si chiude in se stesso e subisce gli eventi, come viene catalogato superficialmente nei vari salotti delle città (anzi è proprio lui che, per rispondere alle provocazioni della gente, dirà “Che parole vuote…pessimismo e ottimismo!”), né la sua insoddisfazione della vita dipende dalle malattie. Una delle poche volte in cui il protagonista mostra di fatto i sentimenti che reprime costantemente, è proprio quando chiarisce questo concetto agli uomini del paese. La differenza tra lui e gli altri uomini non sta nella sua malattia, ma piuttosto nella consapevolezza della malvagità del destino: egli sceglie di vivere e consapevolmente prova sofferenza, mentre gli altri, ignari di tutto, pensano di vivere felicemente. Ma come è possibile avere masse felici, composte da individui infelici? – si chiede Leopardi. E, come per ogni cosa, non può darsi una risposta: il vero è inconoscibile per l’uomo, il vero è il dubbio. Solo chi dubita, può conoscere e sa più di chi crede di sapere. La grandezza del poeta recanatese consiste proprio in questo: nella sua continua ricerca verso un qualcosa, verso l’infinito, la Sehnsucht – in perfetta linea con il periodo romantico – il dubitare perpetuo verso il fine e il senso dell’esistenza umana. Per tutti questi motivi riscopriamo un Leopardi introspettivo e molto particolare, perfettamente interpretato da Elio Germano, capace di comunicare con il solo sguardo, di far trapelare sia il lato umano del personaggio (come quando non resiste alla golosità per i gelati, che il medico gli aveva espressamente vietato per la sua malattia) e sia il lato “sovrumano”, ovverosia quando cerca il coraggio e la voglia di cambiare la propria sorte. Particolarmente toccanti i momenti in cui il protagonista, con estrema maestria, recita i versi di alcune poesie, resi ancora più coinvolgenti poiché accompagnati da musiche che ben si prestano al senso dell’intero film. Il messaggio di Martone, cioè quello di riproporre in chiave moderna un mito già “accreditato”, è stato trasmesso anche attraverso l’alternanza di musica che va dalla classicità di Gioacchino Rossini alla modernità della musica elettronica di Sascha Ring. Che la genialità del personaggio, insieme alla scelta delle musiche, la bravura del cast e del regista facciano ottenere un altro premio –  per l’orgoglio tutto italiano -seguendo la scia di Paolo Sorrentino? Staremo a vedere.

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