Quotidiano di informazione campano

Giuseppe Montesano narra la ‘quinta iornata’ del Cunto de li cunti – parla del ‘suo primo incontro con Basile’ – mercoledì 23 marzo alle 16 all’Aula Piovani di Studi Umanistici

0

Montesano parla del suo incontro con Basile:

Al primo anno di università, alla Federico II, via Mezzocannone, 16: un corso di Michele Rak sul Basile italiano… E poi si dice che l’università non serve! Non è mica sempre vero. Da lì partì la curiosità per questo scrittore che mi appariva decisamente bifronte, doppio, e quindi interessante. Qualche mese dopo mi procurai Lo Cunto de li cunti, su una bancarella, a un prezzo che non era da bancarella: era il 1978 o il 1979, l’edizione quella a cura di Petrini per Laterza.Ma non fu un rapporto facile, quello con Basile: allora ero entusiasta di Beckett…

Il napoletano di Basile è al tempo stesso profondamente popolare e intimamente colto: lei ha trovato in questo impasto di lingua e stile una suggestione per il suo proprio lavoro di scrittore?

Sicuramente sì. Ma l’effetto-Basile è stato estremamente tardivo, lentissimo a raggiungermi sul serio. Per almeno un decennio, ma anche di più, diciamo tra i 19 e i 35 anni la letteratura napoletana o da Napoli non mi ha interessato in alcun modo, se non per il teatro e il cinema: Eduardo, Viviani che allora si riscopriva, Totò, Peppino, i Giuffrè. Un altro motivo che mi teneva legato al napoletano era Gadda, che mi aveva mostrato che l’uso dei “dialetti” non doveva essere per forza provinciale. E poi c’era Basile. Assaggiato, mitizzato un po’, ripreso, abbandonato, ripreso ancora, e in un certo senso considerato da subito e poi sempre un’eccezione. Una sua frase era segnata su un taccuino che usavo a vent’anni, e da allora mi ha seguito sempre, come una sorta di amuleto fonico: Aiutate lengua mia, se no te taglio! Fantasticai per un periodo di tradurlo in italiano, un’idea che veniva e se ne andava e che mi spaventava: come si poteva fare una cosa del genere? Solo una sorta di incrocio gaddiano avrebbe reso giustizia a quella potenza che intravedevo nella lingua di Basile: ero convinto che una traduzione da Basile sarebbe dovuta essere una reinvenzione. Poi quel progetto folle cadde. Insomma non so bene come, o sarebbe troppo complesso spiegarlo: sì, Basile ha avuto molto a che fare, ma più come Nume tutelare che come suggestione diretta, con la mia decisione-ispirazione di usare il napoletano in un contesto letterario italiano con il quale volevo che ‘a lengua confliggesse contraddittoriamente.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.