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Gli over cinquantenni che non vogliono farsi rottamare

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Adulti o tardo-adulti, colpiti dalla crisi e dalla riforma delle pensioni, esodati, prepensionati, staffettati, licenziati, “Una classe di ferro, temprata a ogni avversità, che si è sobbarcata buona parte del Novecento, seppellendone derive, abiezioni e aberrazioni, che oggi si vorrebbe maldestramente accantonare ma che non può rassegnarsi docilmente all’oblio, all’emarginazione semplicistica, al giovanilismo infantile e al pensiero breve”, scrive Bruno Menna nel pamphlet “Baby BoomE’ un ‘racconto emozionale’, impietoso e insieme divertente, in difesa di coloro che sono nati negli anni ’50 e che la vulgata “vorrebbe intenti a scontare, come anime del purgatorio, il peccato di togliere spazio decisionale e speranze ai giovani o di saccheggiare la capacità di spesa del welfare italiano”. Piuttosto, avverte l’autore, giornalista di lungo corso, classe 1956, “noi siamo quelli che nel Pantheon hanno la scuola e il doposcuola, l’educazione civica e l’ora di religione, il tricolore e l’inno di Mameli, il tifo non trattabile per la squadra del cuore”, ma anche “la consecutio temporum, le ripetizioni mnemoniche, le valanghe di compiti a casa senza motori di ricerca ma con lo Zingarelli e le Garzantine”. La generazione over 50 è stata “ferita dagli anni di piombo”, ma “non ha (quasi) mai perso il rispetto per lo Stato”; “si è fatta largo nel mattatoio di volantini, ciclostili, manifesti cinesi, eskimi, mazzieri, katanga, P38, chiavi inglesi, spranghe, pestaggi” e “ha pagato sì dazio alle ideologie ma, a onta di scellerati maitre a penser, non è stata mai convinta che i soldi fossero lo sterco del Maligno, che la proprietà privata fosse un furto, che la classe operaia avesse la password per il Paradiso e che il Regno dei cieli fosse negato ai facoltosi”. Una generazione che “si è buttata nella mischia, districandosi tra canzonette, pop e rock progressive”, è passata da Cuore a Herbert Marcuse, è E i disoccupati di lunga durata ultracinquantenni sono quasi triplicati negli ultimi sei anni. Ma non sarà facile mandarli al macero, rivendica Menna. “E non saranno la bulimia tecnologica, la rivoluzione, digitale, la diretta streaming, il ricorso maniacale al web, la politica liquida, l’e-government, la democrazia istantanea, il populismo digitale, la macelleria sociale imposta dall’economia di carta, a tenerli fuori dalla battaglia finale che riporti le intelligenze e le competenze a misurarsi con l’efficienza e non con l’età anagrafica, nella speranza che l’antagonismo torni a essere quello tra capaci e inetti, senza alimentare una singolar tenzone tra privilegiati con posto fisso e quiescenza assicurata”. Non rassegnarsi “significa lottare per un Paese più giusto e più equo“. sopravvissuta al rigor mortis dei partiti, passando dai ‘due forni’ di Andreotti all’onda lunga di Craxi, dalle picconate di Cossiga alla staffetta tra Renzi e Letta, fino a porsi “sotto l’egida super partes del presidente Napolitano.

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