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La solitudine dell’uomo nel Mosè di Castellucci

Raffinato spettacolo elegante e razionale all'Argentina di Roma

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ROMA, 12 GEN – Uno spettacolo molto raffinato, assolutamente elegante e disturbante, ma tutto giocato su una livello intellettuale, razionale, freddo e capace così di non suscitare emozioni questo ”Go down, Moses”, creato da Romeo Castellucci che, reduce dal Festival d’autunno di Parigi, ha debuttato all’Argentina di Roma, dove si replica sino al 18 gennaio. Intellettuale e astratto come i discorsi da cui nasce, quelle note che l’autore e regista espone come fonte del suo lavoro sulla figura di Mosè e che prende il titolo da un celebre spiritual degli schiavi neri americani, che si identificano col popolo ebraico e invocano un Mosè che li liberi e li riporti al loro paese d’origine.

Mosè è un uomo solo che reagisce alle sfide che gli propone il suo Dio, dall’abbandono alle acque del Nilo al mistero del roveto ardente alla fuga dall’Egitto e i 40 giorni passati sul Sinai per ricevere le tavole della legge, mentre il suo popolo si è messo da adorare un vitello d’oro. ”Il personaggio Mosè è dissolto nelle scene, tralascia la narrazione biografica per estendersi su concetti, sentimenti e caratteri presaghi di una rivelazione che agisce ora, nel tempo attuale – come si legge nella nota di presentazione dello spettacolo – Mosè è avvicinato allo sguardo dello spettatore, sostanziando ogni elemento dello spettacolo, concepito per quadri e frammenti, vibrazioni psichiche che emergono come increspature nello spazio-tempo della vita quotidiana, oscuramente percepita come esilio”. Ecco allora un donna chiusa in un gabinetto, che comincia a sanguinare tra mille dolori e partorisce in solitudine, mentre la scena seguente presenta un gran cassonetto dei rifiuti, in cui un sacco nero di plastica si agita mentre si sente il pianto di un neonato. Subito dopo la donna, trovata sanguinante e piangente per strada è in un commissariato. dove si rifiuta di rivelare dove abbia messo il bambino, affermando solo che è in una cesta, resistente in modo che si spera non affoghi così che un giorno potrà liberare il suo popolo. Attorno a questi quadri centrali, mimici e di scarsissime parole, prima una serie di persone come in visita a una galleria d’arte, dove è esposta solo una grande foto di un coniglio, poco più che ombre che si toccano, si aggiustano gli abiti, in uno spazio luminescente.
Dopo, per il finale, invece una caverna preistorica abitata da figure nude attorno a un pezzo di carne, mentre una donna piange un bimbo forse nato morto, fa sesso in un angolo con un uomo, batte con le mani violentemente sulla cortina sipario trasparente che la divide dal pubblico e sulla quale traccerà un grande SOS, un grido d’aiuto che arriva da un tempo ancestrale.
Queste due parti sono raccordate dall’apparizione di una rumorosissima turbina su cui si impigliano alcune parrucche che scendono dall’alto, come un segno di violenza che trascina tutto con sé, e poi da una macchina per risonanza magnetica, un buco tondo metallico in cui viene infilata una donna e che sembra poi richiamare l’apertura della grotta. Uno spettacolo di segni e apparizioni, di libere associazioni, di rimandi misteriosi, di un disagio quasi malato, di una vita grigia ma a contrasto con l’idea di Mosè, perché senza speranza e quasi animale, analizzata, proposta in raffinati quadri lividi e con movimenti lenti, da ottimi attori che sono pure figure, prive di qualsiasi emozione, forse denuncia di una solitudine e di una vita di sofferenza senza un perchè, senza un senso. ”Il linguaggio teatrale – ha spiegato Castellucci – per me è strumento per rappresentare il destino dell’uomo. Ne faccio un uso omeopatico, come elemento estraneo che soverchia e che ci scopre fragili, in balia di noi stessi”

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