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“La teoria del tutto” : un omaggio al fisico Stephen Hawking

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Una cinquantina d’anni fa a Stephen Hawking diedero due anni di vita ma, tuttavia, oggi è ancora tra di noi ed ha potuto assistere alla rappresentazione della sua storia tramite l’attore Eddie Radmayne. Ad essere ancora in vita è una delle menti in assoluto più brillanti del nostro tempo, nonché celebre fisico, astrofisico e cosmologo, noto in particolar modo per lo studio sui buchi neri e la nascita dell’universo, sulla quale ha sviluppato la teoria dell’inizio senza confini, meglio conosciuta come la radiazione di Hawking.

Dalla regia di James Marsh, «La teoria del tutto», film candidato a ben 5 oscar, concentra la sua attenzione sulla relazione tra lui e la donna della sua vita, Jane, colei che crederà nelle sue capacità sin dal primo istante e che gli permetterà di superare le difficoltà a cui andrà incontro, disposta a sacrificare ogni cosa pur di stargli accanto.

Il futuro scienziato e la studentessa di lettere si conoscono ad una festa universitaria, ed è subito amore a prima vista; si fidanzano, si sposano e creano una famiglia.

La loro felicità incondizionata, però, dura ben poco: egli viene colpito dalla malattia del motoneurone, patologia che gli rende impossibile compiere azioni quotidiane come il camminare, lo scrivere e, successivamente, a seguito di una tracheotomia, anche il parlare. Tale malattia cresce e peggiora nel tempo: i primi segni sono le mani tremolanti che interrompono la scrittura alla lavagna di calcoli ed equazioni, fino ad arrivare ad una fase critica, in cui lo ritroviamo su una sedia a rotelle e costretto a comunicare tramite un sintetizzatore vocale, procuratogli dall’infermiera personale Elaine.

Dopo un primo periodo di depressione, riesce a trovare l’argomento su cui far ruotare la sua tesi di laurea: il tempo. Ora il tempo non è più soltanto una curiosità scientifica, sul come e quando è nato l’universo e sul come e quando finirà, ma è una componente biografica. Egli avverte il peso di un’esistenza che potrebbe cessare di sussistere da un momento all’altro e, pertanto, deve cercare di fare e scoprire quanto più possibile in quel tempo che gli resta.

«Il tempo!» – esclama precipitandosi nell’aula del professor Sciama «Dimostrerò con una singola equazione che il tempo ha avuto un inizio. Non sarebbe grandioso, professore? Un’unica, semplice, elegante equazione per spiegare … tutto!»

Dietro la malattia di Stephen si cela – o meglio, si mostra (fin troppo?) … questo lo spiegheremo dopo – la tenacia, la forza di una donna che, non appena viene a conoscenza di una così grave condizione di salute, senza titubanza dice «Io amo lui, e lui ama me. Rimarremo insieme per tutto il tempo che ci resta da vivere.»

E, infatti, crede in lui sin dal primo momento e lo accudisce in ogni mansione quotidiana e nei problemi incombenti a causa della malattia. Tuttavia, nonostante la sua determinazione, il tempo renderà asfissiante il peso della vita familiare di Jane, la quale troverà una valvola di sfogo nel coro della chiesa e, in seguito, nel sentimento nei confronti dell’insegnante di musica Jonathan.

Stephen, stabilizzatasi ormai la sua condizione e seguito scrupolosamente da Elaine, capisce quanto possa essere difficile trascorrere una vita nel modo in cui lo stava facendo sua moglie e la lascia andare con Jonathan, suo futuro marito, ritenendo più opportuno mantenere con Jane un vincolo di sincera amicizia, piuttosto che pretendere amore.

Se prima ho scritto si mostra….forse troppo? è perché, dovendo trovare una pecca al film, per me, è proprio quella dell’eccessiva attenzione alla figura di Jane, a ciò che ruota intorno a lei e all’amore. Il tutto a “discapito” della figura di scienziato del protagonista stesso, infatti, a mio parere, avrebbero potuto ritagliare un po’ di spazio in più da dedicare a ciò che attribuiamo proprio a lui, ovvero sia la ricerca, la divulgazione scientifica e il progresso.

Jane è stata, sì, importante, ma in primis c’è un padre della scienza che ha iniziato ad essere tale sia ancor prima che conoscesse la donna sia una volta interrotta la loro relazione.

Con la visione di questo film, oltre a tutti gli aspetti che mette in rilievo e in particolar modo, come si è visto, il tempo e l’amore, ce n’è uno che ho colto particolarmente: la contraddizione tra ciò che siamo e ciò che le circostanze ci permettono di essere. Stephen cita Einstein, e dice: «Dio non gioca a dadi. Posso aggiungere che non solo non gioca ai dadi, ma li lancia dove non li possiamo trovare.»

Per individuare questa contraddizione basta pensare al fatto che anche il più stupido degli uomini sulla Terra sia in grado di parlare e camminare, fare ciò che è quotidiano e normale mentre, stranamente, un eccellente fisico, con una mente strabiliante, una curiosità inverosimile che fanno sì che riesca ad andare ai confini dell’universo, quasi per uno scherzo del destino, non abbia possibilità sufficienti da poter spostarsi autonomamente anche solo di un passo in più dalla posizione in cui si trova.

Stephen Hawking e la sua storia possono insegnarci tanto. Anche sul palco, Stephen, alle premiazioni, non smentisce la sua forza d’animo e la sua vivacità intellettuale e, tramite il sintetizzatore vocale, fa autoironia sulla sua stessa condizione; nonostante le avversità e gli ostacoli evidenti, ognuno di noi ha una strada da percorrere e ha i mezzi per seguirla.

Forse pensava proprio a questo quando in un incontro col pubblico dirà «Siamo tutti diversi. Per quanto la vita possa sembrare cattiva, c’è sempre qualcosa che si può fare e riuscirci. While there’s life, there is hope. Finché c’è vita, c’è speranza.»

Giusy Panarella

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