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L’ITALIA PIANGE PER LA MORTE DI MARCO PANNELLA

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Tutta la politica si è stretta attorno al vecchio leone radicale, da tempo gravemente malato. Lui ha gradito e si è goduto fino all’ultimo questo surplus d’affetto. Si è fatto fotografare con tutti, ha fumato tantissimo, bevuto caffè e parlato all’infinito. Ha sempre parlato senza mai fermarsi: alla radio, nelle piazze, in tv, e da ultimo in casa sua. Poi l’ultimo ricovero: la notizia viene diffusa dall’Ansa nel tardo pomeriggio del 18 maggio: “Oggi Marco Pannella è stato ricoverato presso una struttura ospedaliera per garantirgli un ambiente adeguato alle sue attuali condizioni. Nella struttura sanitaria non sono previste visite. Lo rende noto la redazione di Radio Radicale”. Segue il silenzio. Fino al triste annuncio di oggi: quello della morte.

Giacinto Pannella, detto “Marco”, come per moltissime volte si è letto sui manifesti, di campagne elettorali ne aveva fatte svariate decine. Deputato per sei legislature (entrò in parlamento la prima volta nel 1976), eurodeputato per sei, è stato consigliere regionale del Lazio e dell’Abruzzo e consigliere comunale in sei diverse città. Si è reso protagonista di numerose campagne referendarie, da quella contro l’abolizione della legge sul divorzio, alla depenalizzazione sull’aborto, dai referendum sulla giustizia (responsabilità civile dei magistrati), a quelli per il maggioritario, suo vecchio pallino. Nella sua lunga vita politica ha vinto molte battaglie, altrettante ne ha perse. Non si è mai stancato di combattere per le proprie idee, la democrazia, la libertà (non solo in Italia) e la legalità.

Nato a Teramo il 2 maggio 1930, Pannella iniziò a fare politica negli anni dell’università, militando nella componente liberale dell’Unione goliardica italiana. Si laureò inGiurisprudenza con il minimo dei voti e una tesi, come ammise lui stesso, che neanche aveva scritto, sull’articolo 7 della Costituzione italiana (i rapporti tra Stato e Chiesa). Gliela prepararono alcuni amici di comuni idee liberali, tra cui Paolo Ungari e Gian Piero Orsello. Dopo alcuni decenni con queste parole giustificò il tempo sottratto allo studio per la militanza politica giovanile: “L’attività nell’Ugi era una cosa molto seria, contemporaneamente c’era il mio impegno nella sinistra liberale”.

Nel 1955 fu tra i fondatori del “Partito radicale dei democratici e dei liberali”, nato dalla scissione del Partito liberale italiano, con la costola sinistra che, attorno al settimanale “Il Mondo” (di Mario Pannunzio), decise di riportare in auge il nome della vecchia formazione politica dell’estrema sinistra del parlamento post unitario. In età più matura, però, sposò moltissime battaglia della Destra storica.

Nel 1975 Francesco De Gregori dedicò a Pannella “Il signor Hood”, una canzone in cui si parla di “un galantuomo, sempre ispirato dal sole, con due pistole caricate a salve e un canestro di parole”.

Per decenni Pannella ha amato definirsi radicale, socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, antimilitarista, nonviolento e gandhiano. Mille definizioni, forse troppe, che servivano a descrivere un soggetto politico dalle molteplici sfumature che aveva come punti di riferimento le grandi democrazie liberaldemocratiche. Non ha mai raggiunto percentuali ragguardevoli. Solo una volta ci riuscì alle elezioni europee del 1999: la “Lista Bonino” ottenne l’8,35% (oltre 2 milioni e seicentomila voti), fruttando ben sette eurodeputati alla compagine radicale. Un record storico, che nella sede di via di Torre Argentina festeggiarono in modo surreale: nessuna dichiarazione, ma solo le note gospel di “When the Saints Go Marching In” suonate da una banda e il sorriso a 32 denti stampato sui volti dei dirigenti. I radicali erano diventati il quarto partito italiano.

Amava battersi per i diritti di chi non aveva diritti, che fossero tibetani, uighuri o di altre minoranze oppresse. Sempre attento alla politica internazionale, Pannella si mobilitò controla pena di morte, fino ad ottenere, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, una risoluzione di moratoria universale della pena capitale.

Tra le sue storiche battaglie quella per i diritti dei detenuti (“Non mi batto per il detenuto eccellente, ma per la tutela della vita del diritto nei confronti del detenuto ignoto, alla vita del diritto per il diritto alla vita”), quella per la “giustizia giusta” (nel nome di Enzo Tortora), il sogno degli Stati Uniti d’Europa e la riforma politica dell’Italia in senso bipartitico e presidenziale. Si poteva essere d’accordo o meno con lui. E si poteva apprezzare oppure detestare il suo modo esasperato e sanguigno di fare politica. Una cosa è certa. Se gli italiani avessero seguito un po’ di più i suoi “consigli” probabilmente a quest’ora avremmo risolto diversi problemi che, ancora oggi, assillano il Paese.

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