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MIGRANTI | Calcio, scuola e tv: a Trecase l’oscar della solidarietà. Qui, dove i profughi ritrovano il sorriso

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Giocano a calcio, guardano la gara di campiomnato tra Chievo e Juventus, esultano al gol di Caceres. A vederli così sembra di stare in una colonia, una vacanza all’ombra del Vesuvio. In realtà ognuno di quei volti nasconde una tragedia, un dolore atroce, un peso insopportabile. Essere migranti vuol dire rischiare la vita nel canale di Sicilia, vuol dire affidarsi agli scafisti, vuol dire tendere una mano in attesa che qualcuno la stringa.
Ora vivono tutti in un albergo di Trecase, città che merita l’oscar della solidarietà. Da oltre un anno accoglie i profughi dell’Africa. Li sostiene, li coccola, poi lascia che ognuno segua la sua strada. Nell’Hotel «Il Rosone» è un sabato di allegria, mentre a Napoli sbarcano altri disperati in attesa di essere ospitati nelle strutture delle province di Napoli e Salerno. Lunedì arriveranno altri «fratelli». E poi altri ancora. Quelli che sono qui, che posano davanti agli obiettivi, hanno guardato diritto negli occhi la morte. Sono quelli del barcone affondato al largo della Sicilia.
«Li ho visti morire e non ho potuto aiutarli», dice Abasil ricordando l’inferno di quella notte non lontana. Racconta il naufragio, gli viene giù una lacrima di dolore e rabbia. «Noi abbiamo il diritto di vivere e di essere felici». Anche lui è ospite della struttura alberghiera di Trecase. Come altri cento immigrati. Come lui altri diciannove erano sul barcone affondato.
Abasil e i suoi amici hanno poco più di 20 anni, e trovano la forza di sorridere davanti alla macchina fotografica. «Prima o poi deve passare quest’inferno». Lui arriva dalla Nigeria, altri arrivano dal Malì o dal Sudan. Storie diverse ma unite da un tragico destino: in fuga per salvarsi.
«Noi ci siamo riusciti – ripete un altro giovane – ma alcuni di noi si siamo ustionati». Le cisterne di petrolio in fiamme hanno causato ferite sulle braccia. Nulla rispetto all’inferno di chi non c’è più. «Quando sono arrivati qui erano stremati – racconta Massimo, il titolare della struttura – abbiamo prima provveduto alle cure mediche e ora stiamo cercando di dare loro una possibilità di inserimento». Ora, i ragazzi che fuggono dalla morte e dalla disperazione organizzano una partita di calcio. Maglie e scarpette di fortuna. Uno di loro ha la casacca azzurra, come il Napoli. Dice: «Qui abbiamo incontrato gente con un cuore immenso».

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