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Nola rubrica del sabato a cura di Tony “MUSICOTERAPIA”

CAPIRE,SAPERE,IMPARARE ,MEGLIO CHE CURATE

LA MUSICA, ascoltata, suonata o cantata rappresenta uno strumento terapeutico anche nelle demenze. Ma questa opportunità non è ancora esplorata appieno. Uno studio inglese, infatti, condotto dal think tank dell’International Longevity Centre e dall’ente di beneficenza Utley Foundation, fa vedere come la musicoterapia – che va dall’ascolto a diverse forme di interazione musicale del paziente – non sia sfruttata al massimo delle sue potenzialità. In base ai dati dello studio, infatti, nel Regno Unito soltanto il 5% delle case di cura con persone affette da demenza fornisce un accesso adeguato a musica ed arte. Un dato che secondo l’esperto di musicoterapia Marco Iosa, della Fondazione Santa Lucia, ricalca verosimilmente anche la situazione italiana. Nonostante una mole crescente di ricerche e progetti indichino la validità di queste terapie per aiutare la memoria e ridurre l’agitazione associata alla demenza.I BENEFICI
Dall’analisi effettuata nello studio emerge che le aree cerebrali associate alla memoria musicale subiscono un danno minore rispetto ad altre zone associate alla memoria. Così, anche pazienti con una grave compromissione delle aree cerebrali riescono comunque a godere delle melodie e a trarne giovamento, sia a livello cognitivo che psicologico. “Così – spiega Iosa, ricercatore in neurofisiologia alla Fondazione Santa Lucia IRCCS – mediante la musicoterapia, nel paziente con demenza che ha perso buona parte dei suoi ricordi, si potenzia la memoria sfruttando un percorso cerebrale alternativo rispetto a quello più tradizionale”. Il percorso è quello delle aree cerebrali associate alla memoria musicale, che ad esempio nell’Alzheimer risultano maggiormente preservate. Tramite lo stesso meccanismo, prosegue l’esperto, anche il linguaggio e la capacità di articolare il discorso può trarre beneficio dall’ascolto di canzoni care al paziente, che ad esempio possono contenere parole o espressioni a lui familiari, che lui può ripetere con maggiore facilità. “Addirittura – spiega Iosa – in assenza di patologie, la capacità di suonare uno strumento sembra rappresentare un fattore prognostico positivo associato ad un minor rischio di sviluppare queste malattie”. Così, imparare a suonare uno strumento, fin da giovani o anche all’esordio della demenza – diventano armi contro il deterioramento cognitivo in età avanzata.

Ma non solo la sfera cognitiva trae beneficio della musicoterapia. “Questi interventi – spiega Iosa – agiscono anche su aspetti psicopatologici associati alle demenze, riducendo stati di depressione e ansia, nonché l’agitazione sperimentata dal paziente”. Le demenze, infatti, sono spesso accompagnate da sintomi racchiusi nella sigla Bpsd (Behavioural and psychological symptoms of dementia), che includono anche comportamenti aggressivi, vocalizzazione anomala e forte agitazione. In questo caso, aggiunge il ricercatore, la musica ha una funzione, proprio come un farmaco, di stabilizzatore umorale, favorendo anche una migliore interazione sociale del paziente.

·UN PROGETTO ITALIANO
Se nel Regno Unito solo 5 pazienti con demenza su 100 hanno un buon accesso alla musica e all’arte, in Italia la situazione è probabilmente simile, secondo Iosa. “La musicoterapia – spiega il ricercatore – ha ha dato prova di essere efficace in diverse patologie, tuttavia mancano ancora altri studi strutturati sull’impatto di questi trattamenti nelle varie malattie”. La mancanza di linee guida e indicazioni istituzionali rispetto all’uso della musicoterapia, prosegue Iosa, pone ancora un freno all’uso di questo strumento.

. MUSICA ANCHE PER LE ALTRE MALATTIE
Tuttavia, vi sono alcuni progetti che sfruttano la musicoterapia in diverse malattie, non solo nelle demenze. “Nei pazienti che hanno avuto un ictus – illustra Iosa – proponiamo l’ascolto di brani e l’interazione del paziente che ha un danno cognitivo-motorio”. Si tratta di un progetto, coordinato dal professor Alfredo Raglio, chiamato Sonic Hand e realizzato dalla Fondazione Maugeri di Pavia insieme alla Fondazione Santa Lucia. In questo caso il musicoterapeuta può essere un fisioterapista con una specializzazione in musicoterapia. La melodia, la velocità, l’intensità e il ritmo della musica vengono modulate in base a come il paziente muove la mano, spiega Iosa. “In pratica – chiarisce l’esperto – un sensore registra i movimenti della mano e produce suoni che si possono associare a questi movimenti. Ad esempio, se il paziente apre la mano si sente un suono che via via aumenta in volume, mentre se vengono mosse le dita viene riprodotto un suono che somiglia allo strimpellio della chitarra”. In questo modo, illustra il ricercatore, si seguono e potenziano le capacità cognitivo-motorie del paziente, che ad ogni movimento della mano riceve un rinforzo positivo. “E questo è molto importante – conclude il ricercatore

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