Quotidiano di informazione campano

NUOTIAMO INSIEME ALLE SARDINE, MA IN MARE APERTO.

NESSUNO DEVE FINIRE NELLE RETI DEL PD! Qualche riflessione dell'ultimo Coordinamento Nazionale di Pap! sulle "Sardine".

Partiamo da una importante premessa: siamo convinti che quando le persone si mobilitano, Potere al Popolo non possa chiamarsi fuori. Se il nuovo può nascere, è da lì. Noi siamo contenti che le piazze si riempiano, siamo sempre contenti che si creino momenti di rottura di una quotidianità apolitica e individualista, che la rassegnazione a cui ci crescono si interrompa anche solo per un attimo. Noi non giudichiamo da fuori: noi siamo quei giovani, quelle lavoratrici e lavoratori, quei cittadini cresciuti scendendo nelle piazze. Ma, proprio perché siamo parte di quel pezzo di umanità che non pratica la cattiveria, lo sfruttamento sulle altre persone, rivendichiamo il diritto di dire la nostra, di partecipare a un dibattito.
Non tutte le piazze, infatti, sono uguali, e noi dobbiamo sempre avere la capacità di non fare di tutta un’erba un fascio.

Se Fridays For Future e Non Una di Meno sono movimenti globali, che partono da esigenze storiche e pongono temi generali – che, anche se non sono sempre direttamente anticapitalisti, esprimono certamente la voglia di mettere fine a un sistema di dominazione – vengono condotti da persone che non fanno parte dei circuiti della politica istituzionale e vengono dal basso, spesso non hanno portavoce o dinamiche calate dall’alto, ma si decide insieme nelle assemblee, per quanto riguarda le “Sardine” notiamo invece una diversa articolazione.
Questa mobilitazione nasce non a caso in Emilia Romagna, dove si andrà al voto in gennaio, da parte di soggetti strettamente legati al mondo del centrosinistra:
 chi ha convocato inizialmente quelle piazze lo ha fatto per produrre un effetto di tipo elettorale, per evitare che la Lega vinca anche lì e che un intero mondo di interessi, di fondi, cooperative, potere, legati al PD, crolli. Anche per questo è stato subito ripreso e amplificato dai media, che hanno trasformato un evento locale in qualcosa di enorme, spettacolare, a cui tutti vogliono partecipare e che si è riprodotto in tutta Italia anche grazie alle reti sociali del centrosinistra – non solo PD ma anche Arci, associazioni, pezzi di sindacato etc – ed al fatto che molti esponenti della sinistra, ormai senza partito di riferimento, hanno colto questa occasione per rilanciarsi, per darsi una nuova caratterizzazione sociale e giovanile, per costruire dei percorsi elettorali sulle cui finalità è ancora lecito dubitare.

È però evidente che il successo di quest’operazione non ha solo a che vedere con la sua strumentalità.
Le oltre 100.000 persone scese in piazza in queste settimane non sono certo tutte del PD e non è nemmeno detto che voteranno tutte il PD: sono persone che non si sentono rappresentate dalla politica e soprattutto dalla sinistra attuale in tutte le sue forme. Inoltre le piazze emiliane o quelle in cui la presenza del PD è più forte, come a Firenze, sono state ben diverse da piazze come quella di Napoli o Catania dove l’organizzazione e la partecipazione ci sono sembrate più genuine, e persino socialmente più popolari (tanto che il nostro striscione che invocava la redistribuzione della ricchezza, così come le migliaia di volantini che abbiamo diffuso come Potere al Popolo sono stati molto apprezzati!). In generale molti sono scesi in piazza perché effettivamente detestano Salvini e la barbarie che diffonde, sono scesi in piazza perché erano scesi in piazza per Mimmo Lucano, sulle banchine dei porti per far approdare le navi dei migranti o per difendere un’idea di umanità, sono scesi in piazza perché non ne possono più solo dell’odio e vorrebbero qualcos’altro. Sono scese in piazza perché questa mobilitazione gli sembra “utile”, perché almeno se ne parla, perché almeno ci si sente insieme ad altri, non ci si sente soli, ma qualcosa di più grande e dunque di più forte.

Questi sentimenti non sono affatto sbagliati, e queste persone non possono essere abbandonate o sottovalutate.
Certo, pensiamo che il nostro compito sia dover fare chiarezza su chi sono gli organizzatori di queste piazze e come siano organicamente collegati a un centrosinistra liberista, sugli scopi che i media e la politica ufficiale vogliono produrre, su alcune retoriche che rischiano di generare danni enormi una volta passata l’ondata – pensiamo a quei proclami sul rifiuto del conflitto e dell’odio (che però è giusto che gli sfruttati sentano verso gli sfruttatori!), a quel rifiuto di simboli e bandiere che nasconde in sostanza il rifiuto della bandiera rossa e di ogni forma di politicizzazione radicale, alla creazione di un dispositivo in cui vengono rimossi momenti di confronto che non siano online e in cui tutto viene calato dall’alto, all’ennesimo mobilitarsi “contro” qualcuno, come ai tempi di Berlusconi, e mai “per” qualcosa…

Queste cose le dobbiamo dire, argomentando e confrontandoci, senza cedere a queste maledette logiche binarie (sardine sì/sardine no).
Ma, mentre facciamo chiarezza sui rischi che le sardine finiscano nella rete del PD, dobbiamo cercare, con i mezzi, le possibilità e le contraddizioni che ogni territorio ci mette a disposizione, di nuotare insieme a loro in mare aperto, per spostare l’opposizione dal solo Salvini all’opposizione a tutte le politiche che Salvini incarna non troppo differentemente dal PD: la guerra fra poveri, le misure antipopolari, gli accordi con la Libia, il servilismo verso le multinazionali che “portano gli investimenti” e gli affaristi delle grandi opere, la secessione dei ricchi causata dall’autonomia differenziata etc.

Si tratta di parlare, di comunicare con creatività, di incentivare l’autonomia di chi scende in piazza, ed evitare che chi oggi si mobilita venga poi condotto a votare ancora una volta per un “meno peggio” che ormai differisce quasi solo per le forme esteriori dal “peggio”. Se alla fine tutta questa energia finirà per essere imbrigliata nel “voto utile” come già accaduto in passato, sarebbe un passo indietro e non un passo avanti.

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