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Ospedali psichiatrici giudiziari: strutture chiuse, dibattito aperto

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Promessi alla verità anche nel senso che la verità fa legge, produce il discorso vero che almeno in parte decide, trasmette, spinge avanti lui stesso degli effetti del potere. Dopotutto, siamo giudicati, classificati, costretti a compiti, destinati ad un certo modo di vivere o di morire in funzione dei discorsi veri che puntano con sé effetti specifici di potere.” Queste le parole di Michel Foucault all’interno del testo “Microfisica del potere”, scritto quanto mai attuale per riflettere sugli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg),  di cui si prevede la fine il 31 marzo 2015. Una situazione in continuo fermento, attualmente sono 6 le strutture ancora attive in Italia, che accolgono persone con disagio psichico che abbiano commesso reati gravi.

Cosa succederà dal 31 marzo? Al posto degli Opg, che sono attualmente sei su tutto il territorio nazionale, ogni Regione dovrà attivare delle strutture alternative non carcerarie, le cosiddette Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) dove saranno gradualmente trasferiti i pazienti internati.

Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, però, sono solo 10 le Regioni davvero pronte a far fronte alla riforma e che hanno organizzato le strutture alternative di ricovero. Ad oggi sono 704 gli internati negli attuali sei ospedali psichiatrici giudiziari attivi, di questi circa 250 sono considerati dismissibili al primo aprile ma potranno di fatto essere dimessi solo se vi sarà una presa in carico da parte delle strutture territoriali.

Gli altri 450 internati dovranno invece essere trasferiti gradualmente nelle Rems, gestite dal servizio sanitario nazionale, in base alla provenienza, tornando dunque nelle regioni d’origine. I trasferimenti avverranno sulla base di provvedimenti della magistratura e di precisi programmi terapeutici. Ogni Regione è dunque chiamata per legge a rendere operative le Rems, che non saranno più strutture carcerarie in senso stretto ma finalizzate alla riabilitazione dei pazienti internati.

Quale futuro? Una riflessione culturale e sociale, che affonda le proprie radici nella Legge 180 del 1978, cosiddetta Legge Basaglia, che prevedeva la chiusura degli ex manicomi, a cui tuttavia ha fatto fronte l’incapacità di dare vita a strutture riabilitative e terapeutiche adeguate, risultante in struttura di accoglienza, paragonabili forse soltanto ai Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione), per condizioni di vita e trattamento.

Gli Opg hanno rappresentato per anni la terra di nessuno, in cui la pena detentiva veniva tramutato in un fine pena mai, oppure in situazioni in cui soggetti affetti da disagio psichiatrico venivano catapultati in una realtà sociale senza adeguato reinserimento. Una storia che sembra si ripeta, oggi, e a cui nessuno sembra offrire risposte sufficienti, su quale futuro per i pazienti, che andranno a carico di un sistema sanitario fin troppo saturo, e di famiglie troppo spesso abbandonate a loro stesse nel sostegno di una rete condivisa.

Ci auguriamo dunque, che alla chiusura degli Opg segua anche una modalità chiara e funzionale di gestione dei pazienti in trattamento, al fine di non sottostare al discorso del potere in termini di verità, ma individuare percorsi tracciabili per un miglioramento delle condizioni di vita, nonché delle funzioni riabilitative di sostegno radio piazza news

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