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Presidenti di provincia in fuga tentati dal seggio in parlamento

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Si dimette il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro: «Protesto contro le severissime e assurde misure di spending review !». Ma i napoletani possono tirare un sospiro di sollievo: «Non si esaurisce oggi però il mio impegno per Napoli ed il Mezzogiorno. Con il partito valuterò il da farsi, anche in riferimento ad una mia eventuale candidatura alle prossime elezioni politiche». Si dimette il presidente della Provincia di Asti Maria Teresa Armosino: «Protesto per l’impossibilità manifesta di far valere le ragioni del territorio!». Ma la cosa non finisce qui: «Assicurerò comunque a questa terra e ai suoi abitanti la prosecuzione del mio impegno nell’ambito della mia attività di parlamentare». Si dimette il presidente della Provincia di Biella Roberto Simonetti: «Protesto per i dati drammatici del bilancio a causa dei tagli del governo!». I biellesi però vengono prontamente rassicurati: «Proseguirò la mia attività politica ed istituzionale di rappresentanza concreta del nostro territorio». Epidemia? Piaga biblica? Ondata di protesta civile? No. La caduta contemporanea di tanti amministratori ha un motivo meno preoccupante, ma anche meno nobile. Ieri era l’ultimo giorno utile per chi intende entrare in Parlamento alle prossime elezioni politiche – oppure restarci – evitando l’incompatibilità con l’attuale carica. Curiosamente, per evitare la riduzione delle Province da 110 a 54, molti presidenti si sono battuti come leoni fino all’ultima ora disponibile, annunciando ricorsi alle massime magistrature dello Stato per salvare un ente assolutamente necessario al benessere dei cittadini. Poi hanno valutato di essere ancora in tempo a dare il loro contributo alla collettività da un altro scranno. Il presidente di Salerno ha lasciato al suo vice dopo essersi fatto dichiarare incompatibile dal Consiglio. Se ne sono andati i presidenti delle Province di Nuoro e di Rieti. E, per non essere da meno, pure il sindaco di Avellino Giuseppe Galasso, del Pd. Se ne sarebbe andato volentieri anche il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, del Pdl. Alle 13 e 31 annuncia le dimissioni, convocando per le 16 una conferenza stampa per approfondire i motivi dell’addio. Su Twitter aggiunge: «Governare una Provincia in queste condizioni è (quasi) impossibile». Poche ore dopo prevale il quasi: alla conferenza stampa Podestà annuncia che rimane; «ma non ho cambiato idea». E comunque, «se anche mi fossi dimesso non è assolutamente detto che mi sarei candidato al Parlamento». Come no. Casi imbarazzanti, ma pur sempre casi personali? Fino a un certo punto. Perché qui la persona è tutto, e l’interesse generale nulla. Ruoli e responsabilità irrinunciabili cedono il passo a carriere e prebende: così il consiglio provinciale di Napoli dichiara decaduto il presidente in modo da potersi affidare al suo vice, e salvare lo stipendio sino alla fine. Né deve stupire che il suicidio collettivo avvenga dal Biellese all’Irpinia, dalla frontiera svizzera al profondo Sud: è l’Italia de noantri, felicemente unificata dalla privatizzazione della politica.

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