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Ripartire dal Sud, per il futuro del Paese

Intervista al segretario regionale UILp Campania, Biagio Ciccone, in vista della manifestazione del 22 giugno di Reggio Calabria. RADIO ANTENNA CAMPANIA

Lavoro e Mezzogiorno rappresentano sempre più i nodi centrali dello scenario socioeconomico italiano, ma paradossalmente faticano ancora a trovare la giusta collocazione nell’agenda politica nazionale. Non è un caso, dunque, se le principali organizzazioni sindacali del nostro Paese (Cgil, Cisl e Uil) scenderanno in piazza a Reggio Calabria, il prossimo 22 giugno, per una manifestazione denominata “Futuro al lavoro. Ripartiamo dal Sud per unire il Paese”.

In vista di questo importante evento, abbiamo incontrato il segretario regionale della UIL pensionati della Campania, Biagio Ciccone, per fare con lui il punto sulle tematiche in discussione. 

 

Segretario Ciccone, quella “meridionale” è una questione che viene da molto lontano. Di tutti i grandi problemi che l’Italia ha dovuto affrontare dal momento dell’Unità, quello del Mezzogiorno pare sia l’unico rimasto irrisolto, anzi, per certi versi si è aggravato. Quali sono le cause di tutto ciò?

Le cause sono ovviamente tante, ma il nodo maggiore è probabilmente di tipo politico. Dopo l’Unità, le forze politiche del Paese, anche quelle meridionali, diedero priorità al Nord per ragioni strategiche: da lì proveniva, infatti, la minaccia militare e lì erano presenti quei nuclei industriali che avrebbero potuto trainare lo sviluppo economico dell’Italia intera. Con la nascita della Repubblica, sembra di assistere ad una spinta opposta: le forze politiche del Paese, anche quelle settentrionali, posero l’accento sullo sviluppo del Mezzogiorno, promuovendo un intervento straordinario che realizzasse al Sud quanto era stato fatto al Nord. Si pensi, ad esempio, alla Cassa per il Mezzogiorno: fu voluta da De Gasperi e fece cose egregie finché rimase un organo tecnico sotto la supervisione e il controllo della Banca Mondiale. Purtroppo, però, non molto tempo dopo, fu esposta alle influenze della politica nazionale e regionale e fu così trasformata in uno strumento per foraggiare il consenso elettorale.

 

È a questo punto della storia che possiamo individuare la nascita del problema principale che riguarda il nostro discorso?

Ebbene si. Infatti, se in un primo momento la classe dirigente, al di là delle provenienze geografiche, aveva pensato la politica in termini di interesse nazionale, successivamente iniziò a pensarla solo in termini di interesse strettamente localistico ed elettorale. Questo è accaduto prima al Sud, poi – per reazione e protesta – anche al Nord, fino ad arrivare ai nostri giorni, con le ben note richieste di autonomia regionale, senza curarsi degli effetti che queste potrebbero avere sul resto del Paese.

 

Ma le politiche in favore del Mezzogiorno promosse con l’avvento della Repubblica cosa hanno prodotto?

Nonostante tutti quegli sforzi, al Sud lo sviluppo economico non c’è stato. Si è assistito per lo più ad uno spreco enorme di risorse, di tempo, di energie e di entusiasmi.

Eppure, di tutto ciò, forse un risvolto positivo c’è: ad eccezione di alcune aree tristemente note, ma ben circoscritte, il Sud, a differenza di quanto accade nella pianura Padana e nelle vaste aree industrializzate dell’intero Nord, non è inquinato ed è stato maggiormente preservato dal punto di vista ambientale. Questo dato di fatto, considerate le istanze ecologiche che vanno affermandosi e la crescente attenzione al vivere sano, è un elemento di grande importanza, che può addirittura diventare strategico.

 

In che senso?

Trasformando i punti di debolezza in punti di forza. Usando come leva strategica l’effetto collaterale del mancato sviluppo, ovvero l’involontaria tutela ambientale dei nostri territori.

 

In che modo? Può offrirci un esempio concreto?

Tutti vorrebbero vivere in un territorio più bello, più sano, meno inquinato. Si tratta solo di incanalare questa legittima aspirazione nella giusta direzione con politiche ad hoc. Si potrebbero, ad esempio, prevedere incentivi fiscali per quelle aziende innovative che installano o delocalizzano i loro centri di ricerca (ad impatto ambientale zero) nel Mezzogiorno. I vantaggi sarebbero molteplici in termini di tutela ambientale, di sviluppo economico, ma soprattutto si offrirebbe ai giovani la possibilità di vivere la modernità senza dover essere costretti a partire. E pensi, in quest’ottica, che risorsa rappresenterebbero i pensionati per i territori.

 

A proposito dei giovani costretti a partire… I dati diffusi dagli organi di stampa sono davvero spaventosi e spingono a parlare, più che di “fuga di cervelli”, di un vero e proprio Esodo. 

Ha ragione. Tuttavia, per quanto possa apparire contraddittorio, la mobilità, la possibilità di scegliere di andare altrove, per coltivare le proprie passioni o vivere nuove esperienze è un arricchimento per i giovani e per il Paese. Essere costretti ad andare via, non poter ritornare è il vero problema. È innegabile che, dietro il dato numerico, già di per sé tragico, c’è un aspetto ignorato dalle statistiche, ma non meno importante, quello relazionale: famiglie e comunità disgregate, paesi privati di intere generazioni e condannati all’estinzione… Tutto questo i numeri non ce lo possono raccontare.

 

Prima lei ha parlato dei pensionati come risorsa, ma spesso le cronache ne parlano come un problema: non di rado vengono perfino descritti in termini parassitari. Ci spieghi meglio.

È davvero molto semplice. I pensionati hanno tanto da offrire ai territori sia in termini economici che culturali e umani: le loro pensioni sono una risorsa considerevole, se non continuano a tartassarli; la loro opera sociale e familiare gratuita è il cardine di qualsiasi autentico modello solidale; essi stessi sono un capitale culturale vivente, la nostra memoria, le nostre radici. I territori del Sud Italia, in cambio, possono offrire ai pensionati ciò che essi cercano in tutto il mondo: aria buona, clima favorevole, cibo sano, cure naturali, calore umano, solidarietà. Tutto questo altrove lo hanno capito molto bene. Pensi a quanti pensionati italiani “scappano” all’estero per sfuggire al cappio fiscale e vengono accolti a braccia aperte in Portogallo, Canarie (Spagna), Florida (USA) ecc., che li attraggono con politiche favorevoli. E noi perché non l’abbiamo capito? Perché mai queste politiche non possono essere attuate al Sud? Perché il nostro Paese deve continuare a trattare come un rifiuto quei cittadini che sono una risorsa? È un assurdo che non trova alcuna spiegazione coerente.

Attirare al Sud i pensionati, con adeguate politiche fiscali e non solo, sarebbe una scelta foriera di vantaggi infiniti per tutti: non solo salverebbe interi paesi del Mezzogiorno dalla scomparsa, ma genererebbe posti di lavoro e consentirebbe all’Italia intera di arrestare l’emorragia economica, culturale e umana rappresentata dall’esodo dei giovani e dei pensionati. E non parlo di attrarre solo pensionati dal Nord Italia, ma da tutto il mondo.

 

Praticamente sta dicendo che si potrebbe innescare un circolo virtuoso?

Esatto. Per attrarre i pensionati, infatti, la defiscalizzazione da sola non basta, ma servono infrastrutture e servizi: presidi sanitari sui territori, collegamenti e trasporti funzionanti, case di cura ben attrezzate, un servizio farmaceutico al passo coi tempi, circoli ricreativi e tanto altro. Tutto ciò non significa per forza aumento della spesa pubblica, se sapremo utilizzare le nuove tecnologie al servizio della persona, ovvero se sapremo innescare una programmazione politica per aiutare anche i privati ad investire in questa direzione. Non è difficile immaginare quanti posti di lavoro si creerebbero in questo modo: non voglio farle calcoli, ma l’aumento occupazionale sarebbe a dir poco esponenziale, se consideriamo l’aumento previsto della popolazione anziana nei prossimi anni. Detto in altri termini: ripopolare il Sud con gli anziani, significa ripopolarlo di giovani, ma soprattutto generare le condizioni in cui tutti stanno bene, perché ciascuno rappresenta per l’altro una risorsa preziosa. Ma tutto ciò non è sufficiente.

 

Che cosa manca?

Non penso che potrà essere l’improvvisazione a cambiare il Sud e l’Italia, ma solo il protagonismo dei cittadini e una svolta culturale. Occorre un quadro normativo adeguato, un paese ben governato, dove il danaro versato dai contribuenti, se bene investito – in ricerca, innovazione, in un’opera pubblica, come una scuola, un ponte, una strada, un ospedale – può produrre un aumento di ricchezza e benessere infinitamente superiore al capitale investito.

Il sindacato italiano, la UIL, si è assunto il compito di svegliare le coscienze, di accendere i riflettori sull’annoso tema del Mezzogiorno, di ripartire dal pensiero, consapevoli che il futuro è già presente.

La “dimensione immateriale” ha generato processi di trasformazione che sono avanzati in modo esponenziale, le nuove tecnologie aprono uno scenario di tanti futuri possibili: spetta alla politica indirizzare i migliori, quelli giusti, a favore del Mezzogiorno e dell’intero Paese.

 

In definitiva, dunque, cosa significa «Ripartiamo dal Sud»?

Non si tratta di alimentare nostalgie filoborboniche o contrapposizioni geografiche, ma di ristabilire con dignità e fierezza il ruolo centrale del Sud Italia nell’agenda politica. Noi non vogliamo riproporre e scimmiottare gli errori altrui: non vogliamo gridare “Prima il Sud”. Noi vogliamo dire: “prima l’Italia, ma tutta intera, da Sud a Nord, dai giovani agli anziani”. Prima le persone, tutte, per costruire insieme il futuro.

 

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