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Saviano – Rassegna teatrale, dodicesima edizione  – La compagnia “ In Alto Mare” da Sarno ha presentato “ Sarà due volte” – In collaborazione con la comunità  parrocchiale dell’Immacolata di Saviano

Il ricavato della serata è stato devoluto in beneficenza per un iniziativa della parrocchia sopra citata; presente alla serata il Parroco e parte della comunità savianese a far gli onori di casa.

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Savino – Uno spettacolo che si è tenuto con l’adesione della comunità  parrocchiale dell’Immacolata di Saviano. L’adattamento teatrale e regia si deve a  Franco Mancuso regista del gruppo teatrale, proveniente da Sarno, “In Alto Mare”.Consenso di pubblico per l’iniziativa. Il ricavato della serata è stato devoluto in beneficenza per un iniziativa della parrocchia sopra citata; presente alla serata il Parroco e parte della comunità savianese a far gli onori di casa. Uno spettacolo, andato in scena, dal titolo “ Sarà due volte”, è una particolare parodia del celebre romanzo “I promessi sposi” che, come tutti sanno,è un illustre romanzo storico di Alessandro Manzoni. Ambientato tra 1628 e il 1630 in Lombardia durante la dominazione spagnola, fu il primo esempio di romanzo storico della letteratura. Il tutto è rivisto e rivisitato in chiave comica e ironica. Quello che si vuole descrivere, in quest’opera, è l’organizzazione umana di tutti i tempi, quella storica e  anche quella con le inadeguatezze contemporanee; è su questo concetto che si è sviluppata tutta una serie di concetti per una rivisitazione comica. Spesso in alcuni momenti del racconto scenico si susseguono delle canzoni, anch’esse rivedute e corrette in chiave ironica – comica.

Il romanzo prende come riferimento un concetto fondamentale: spesso viene menzionata la Divina Provvidenza anche nei suoi personaggi in abiti talari. In quest’ultima  esplicitazione l’apertura del sipario dove Don Abbondio, prelato che veste secondo la moda del tempo, interpretato dallo stesso regista Francesco Mancuso, insieme alla sua Perpetua, vive la sua solita e noiosa quotidianità. Le scenografie come i costumi cercano, riuscendovi pianamente, di formare e rappresentare un ambiente dell’epoca storica. E non mancano riferimenti al contemporaneo specie nel personaggio di Lucia interpretato da Eva Fagiano che spesso, “sbadatamente”, sbaglia epoca! Un fraintendete che è un esigenza comica di copione, come quando afferma di esser una dama dell’ottocento! A riportarla alla realtà seicentesca ci pensa, in quella circostanza, sua madre Agnese interpretata da Giuseppina Annunziata.

Il romanzo manzoniano è anche soprattutto, intensamente cristiano, dominato dalla presenza della Provvidenza nella storia. Il male è comunque, sicuramente,presente; il gioco dei contestati egocentrismi genera conseguenze. In tal modo ad esser personaggi negativi, ma in un contesto di comicità, sono, appunto, i bravi. Non bravi nel senso di “bravi ragazzi”, s’intende! Su tale equivoco ci sono, nella commedia, in una scena in particolare, tutta una serie di situazioni esilaranti.  I due, nella versione proposta dal gruppo teatrale di Sarno,  sono interpretati da Domenico Orza e Adiletta Silvio; quest’ultimo interpreta il ruolo che nel romanzo originale è il capo dei bravi, il Griso. In un contesto di comicità quest’ultimi non sono servi ubbidienti loro malgrado come nella storia originale, ma spesso indisponenti e goffi, grotteschi, nella loro ingenuità.La stessa Lucia, qui nella rivisitazione è spesso ingenua oltre che dotata  di un pessimo e stonato modo di cantare;solo vagamente viene ricordata quella spesso vagamente egocentrica, tutta casa e chiesa dell’originale storia. Storia con uno sfondo popolare: altri personaggi che subentrano in scena  ricordano tale concetto e sono impegnati in faccende di casa e altro.

Un  protagonista del romanzo di primo piano è sicuramente Don Abbondio, il personaggio forse perfettamente inalterabile verso la Provvidenza; solo la sua vita tranquilla in cima ai suoi pensieri. A rendere tutto originale, in questa versione teatrale, è un accenno partenopeo nei modi e nel linguaggio che vuole che alcuni personaggi provengono dal sud Italia e che si sono stabiliti in quella zona; non hanno affatto dimenticato la lingua napoletana anche se con qualche inflessione nordica. “Proprio lì e neanche in pieno centro urbanistico ma su di un ramo!”.Simbolo di insufficienza di idee ed individualismo portato a livelli elevati, il curato manzoniano finisce proprio per identificare l’archetipo umano, disattento, convinto che la regola della civile coesistenza sia quella di farsi gli affari propri. Il terribile Innominato, non esiste in quanto tale, in questo racconto proposto dal gruppo teatrale di Sarno! Non è il personaggio, prima maniera, terribile che al suo passaggio tutto riempie di terrore; in questa versione teatrale è solo un buffo  e grottesco personaggio, corto di satura. Per ottenere questo effetto del personaggio,l’attore che lo interpretava ha recitato in ginocchio, con gambe nascoste sotto un mantello in modo che con un accorgimento tecnico, ha potuto simulare dei movimenti propri di passi umani. In questo ruolo si è distinto Squillante Alfonso che per altro ha interpretato, senza l’accessorio di una bionda parrucca, anche il personaggio di Tonio; un personaggio che il regista ha inteso, per dar risalto alla comicità della proposizione scenica, sempre inopportuno e per di più sempre ubriaco.

Completano il quadro degli attori Tania Corrado, Crescenzio Salvatore che interpreta un ruolo femminile, quello di Suor Letizia, Margherita Robustelli, Nancy Sirica, e infine Elsa Bigliardo.Il Seicento è dipinto come un secolo nel quale dominavano privilegi di alcune classi; ricordiamo una celebre frase: ” L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere”. Questo era vero, ma la versione proposta dalla compagnia di Sarno, sembra sì avallare tale concetto,ma è tutto rivisitato al punto da causare un vero ribaltamento della storia. Allo  stesso Don Rodrigo interpretato da Alfonso Dolgetta, che in scena con opportune e vistose parrucche interpreta anche il ruolo di Renzo Tramaglino, poco importa che Lucia è promessa sposa vuole e pretende che sia lui a chiedere la sua mano. Le cose andranno diversamente dall’originale narrazione; sarà proprio Don Rodrigo a coronare il suo sogno d’amore: il tutto è descritto, visivamente nell’epilogo della vicenda, con un filmato.

Ai lati del palcoscenico con l’ausilio di due schermi televisivi si è  mostrato  l’insolito finale, sì diverso da come si è solito ricordare il celebre romanzo. In una circostanza di comicità lo stesso personaggio di Don Rodrigo appare un tipo romantico che è capace di proporre poesie d’amore alla sua amata seppur suggerite, non in modo chiaro, dal suo fidato Griso nascosto dietro un finto cespuglio, quasi fosse un recente Cirano di Bergerac oppure un nuovo Romeo di una più che nota commedia di William Shakespeare dal momento che la stessa Lucia appare su di un balcone opportunamente posizionato in scena.

Per l’ufficio stampa: Antonio Romano

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