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Saviano – Teatro Auditorium  – Rassegna Festival città di Saviano 13° edizione –  “Fobialoghi” di Gennaro Patrone

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Saviano – In scena un’interessante proposizione sul palcoscenico savianese, “ I voli Pindarici” gruppo teatrale proveniente da Sant’Anastasia.  Lo spettacolo proposto è stato “ Fobialoghi”, scritto e diretto da Gennaro Patrone. In sintesi due monologhi  nei panni di personaggi sostanzialmente non umoristici ma drammatici, veri, esistenziali, reali, umani. Specchio fedele di una realtà sotterranea drammaticamente attuale. Nulla è inventato o irrazionale: sono storie di personaggi di cui l’autore ha raccolto una diretta e amichevole testimonianza. Anche i nomi dei due personaggi sono originali e reali; rispettivamente Raffaele Mazza interpretato da Marcello Cozzolino e Maria Addolorata ruolo affidato a Giovanna Maresca. Marcello Cozzolino nelle vesti di un dentista o per meglio dire di ciò che ne rimane  e la sua schizofrenia.  Giovanna Maresca interpreta una madre, mente malata di una bambina: una vicenda nella quale allo stesso tempo assumono rilevanza i concetti di  vittima e carnefice. All’aprire del  sipario il personaggio di Raffaele Mazza nella prima parte dello spettacolo intitolata “La Cura”; una scenografia ridotta volutamente all’essenziale per dar maggior rilevanza all’aspetto recitativo, uno sfondo nero; su di un lato i miseri averi del personaggio: un materasso, oggetti alla rinfusa, avanzi di scatole che dovevano contenere dolci tipici di Natale; buste in plastica e quanto necessario per ripararsi, almeno temporaneamente, dalla notte gelida. In scena la fobia come recita il titolo; ma i personaggi sono coscienti seppur in una loro dimensione personalizzata; in scena il declassamento più profondo della degradazione umana. Emergono allora lontani ricordi, senso di abbandono e solitudine, rabbia e delusione in uno stato di dannazione sociale di prigionia senza redenzione. Uno spettacolo per nulla consono ad una comicità sfrenata e senza limiti ma che richiede impegno anche per lo spettatore coinvolto in uno stato di profonda riflessione sull’esistenza umana, in una sorta di nuova definizione quale quella di  teatro non usuale; una rappresentazione di grande intensità. La vita di un barbone, uno straccione senza fissa dimora che un tempo, magari, era uno stimato professionista. Il personaggio di Raffaele Mazza da sfogo ai suoi perché che attanagliano la sua mente perversa; adesso mostra, con i dovuti trucchi scenici, un bisogno fisiologico, ora partecipa ad un rito matrimoniale, ora ascolta una voce fuori campo che è quella della coscienza  che ancora cerca di farsi valere e trovar forza vitale, ora invece parla con una signora; in realtà in un contesto di allucinazioni personalizzate, parla ad una squallida sedia vuota una volta indossata una giacca all’incontrario come si usa con un camice da lavoro. In sintesi delle silenziose ammissioni! Angosciose reminiscenze.  Il personaggio vede ciò che non esiste o almeno esiste solo nel suo spazio vitale. Avviene un poco, sul palcoscenico,  come in un film tipo “A Beautiful Mind”, dedicato alla vita del matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr., interpretato da Russell Crowe. Anche qui, in un conteso cinematografico, allucinazioni visive e uditive  ma che il protagonista del film riesce a canalizzare in un consapevole senso critico del proprio delirio.  Non è così per Raffaele Mazza nella sua miseria infinita, quotidiana, persistente. Personaggi che paradossalmente  non hanno perduto la loro umanità ma ne vivono tutte le criticità e pertanto ne sentono tutto il peso delle scosse di un carico gravante, una zavorra tremenda. È quello che si riscontra all’aprire del sipario nel secondo atto. Cambia il personaggio ma non la drammaticità; Giovanna Maresca interpreta il ruolo di  Maria Addolorata. Si è appena svegliata dal suo misero giaciglio, fatto di un materassino e una coperta così come usano i clochard quando se ne presenta l’occasione. Si accompagna ad una bambola fatta da materiale quale un tessuto e pezzi di stoffa con dei vistosi capelli rossi; una specie di principessa Merida formato piccola d’età. È con quest’ultima che dialoga come creatura viva e vegeta e dotata di coscienza  in un contesto di delirio e follia umana di esternazione delle proprie nevrosi e confessioni varie. C’è  la rappresentazione di un delitto che appare come un ricordo pressante. È significativa e di grande effetto, la scena di una ninna nanna cantata alla medesima bambola verso l’epilogo della narrazione scenica nel quale si abbassano le luci; un cullare dolce, lieve, commovente, quasi materno;  le note accompagno anche la chiusura del sipario che su quelle note si chiude lentamente.

Antonio Romano

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