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Saviano – Teatro Auditorium – Rassegna teatrale XIII edizione – la Compagnia teatrale “ Quadrifoglio” ha portato, in scena, “Ferdinando” di Annibale Ruccello

ANTONIO ROMANO PER RADIO PIAZZA TEATRO CAMPANIA

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Saviano –  Prosegue, secondo cartellone, la stagione teatrale. In quest’ultima occasione, è stata proposta l’opera “Ferdinando” di Annibale Ruccello ad opera della Compagnia teatrale “ Quadrifoglio” un gruppo proveniente da S. Anastasia, per la regia di Angelo Iozzi.  Notevole il consenso di pubblico che ha apprezzato quanto portato in scena; una storia, una dramma teatrale. L’autore ci ha lasciato questo testo nella sua breve esistenza terrena. Una commedia teatrale che  è andata in scena, nel teatro Verdi di San Severo, per la prima volta, nel mese di febbraio; era il  1986 . In quell’occasione, la proposizione scenica era diretta dall’autore con Isa Danieli nel ruolo di donna Clotilde e lo stesso autore nel personaggio del sacerdote. L’opera ha vinto due premi IDI: nel 1985 come testo teatrale e nel 1986 come miglior messinscena.  Il regista, nella proposizione savianese, ha scelto questo testo per la bellezza della narrazione; una storia drammatica di una grande potenza, di suggestione e espressività! La trama è ambientata in una determinata epoca storica:  Donna Clotilde, baronessa borbonica, si è rifugiata in una villa lontana dalla vita sociale, scegliendo l’isolamento come segno di disprezzo per la nuova cultura borghese; trascorre il suo tempo, quasi sempre se non di più, le sue giornate a letto. In quella segregazione volontaria c’è quasi un autodifesa cinica e spietata contro se stessa; il tutto per dire no a quella cultura e mentalità che si stava affermando; siamo negli anni di transizione critica, oggi, oggetto di revisione da parte di alcuni studiosi, dopo l’unificazione d’Italia. Il Regno delle Due Sicilie è ormai un lontano ricordo e la baronessa ne sente il peso del giogo; il peso gravoso. È con lei una cugina di condizioni economiche precarie, di nome Gesualda, che svolge il sfuggente ruolo, con esercitazione di gran pazienza, di assistente, di dama di compagnia. I giorni trascorrono apparentemente tranquilli e con una mortale e noiosa  monotonia. La baronessa è molto malata, almeno così asserisce; è una malata nell’animo, psicologica fatta di ricordi e nostalgia per i tempi che furono la sua giovinezza; ha bisogno di  farmici vari non disgiunti da acque termali e tisane.  Spesso ci sono dialoghi con il parroco del paese, Don Catellino.  Nulla sembra poter trasformare  la monotonia stagnante, fino a quando non arriva Ferdinando,  quello che sembra, e su di ciò è ampiamente credibile, un giovane nipote di Donna Clotilde. Quest’ultimo di  bellezza esagerata e da un comportamento da adulatore con una compostezza ampiamente studiata, meditata. Sarà lui a sovvertire le regole nella casa, a mettere in evidenza  contraddizioni, a riesumare scomode verità. In breve  si creeranno le condizioni per  un intreccio superficialmente ben saldo. In realtà le vicende punteranno, inevitabilmente,  verso un irrefrenabile degrado e colpevole aspetto umano; balzeranno relazioni sessuali assai improprie, alle quali i personaggi, volontariamente colpevoli, non ne saranno affatto immuni. Il loro intento è volto anche nell’impossessarsi di una cassetta, di oggetti preziosi di inestimabile valore, oggetto di un passato furto. In tali condizioni non poteva che avverarsi il delitto in quanto tale nella sua più funesta espressione; una progressiva, calcolata, pensata, inevitabile, graduale discesa verso l’abisso frutto del prevelare del proprio io, della distorsione delle proprie fragilità; per di più è quello che lo si vuol far passare per un suicidio. Don Catellino morirà, in scena, avvelenato con una dose, impropria, di liquore fatto in casa, il nocino.  Un brindisi funesto! Un inganno ordito con premeditazione!  Sarà il personaggio di Ferdinando, che in realtà si chiama Filiberto, a spuntarla e impadronirsi della nota cassetta, vestito da trionfante e vendicativo arcangelo, un costume indossato per una recita che si sta preparando in parrocchia: in quell’occasione, oppure subito dopo di ciò, l’autore fa proferire ad un personaggio, la baronessa rivolta al protagonista, un concetto forse assai importante: “ Senza passato non abbiamo neanche futuro”. Dice lo stesso autore in una sua citazione: “Ovviamente, non mi interessava minimamente realizzare un dramma storico, accanto a questa lettura più palese e manifesta prende corpo l’analisi e il tentativo fotografico di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto. Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni, fra quattro personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida. La forma utilizzata per narrare queste intenzioni è inizialmente quella del vecchio romanzo realista che lentamente si degrada in romanzo d’appendice, se non in romanzo vero. E questo degradarsi della forma narrativa va di pari passo con il degradarsi della vicenda e dei personaggi”. Meritano citazione i quattro attori in scena: “ Silvia Spina, Onofrio Ogliastro, Letiza D’Aniello e infine del ruolo di Ferdinando/ Filiberto, Mattia Ferraro.

 

Antonio Romano

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