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Sentenza-choc: cancellati 4 secoli di carcere al clan del boss con le allucinazioni

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Mezzanotte non è lontana. Mancano due ore. Più o meno. Via Poggioreale è tre carreggiate che corrono verso il carcere. Sono deserte. Nemmeno unanima fino allincrocio con via Porzio. Poi una folla sottolinea il muro invalicabile sormontato dalle garitte che guardano i padiglioni. A pochi metri cè lingresso dellaula bunker e duecento persone aspettano il verdetto del processo Pandora Matrix. E la resa dei conti per la camorra vesuviana, tre anni e quattro mesi dopo il blitz che portò in cella 81 affiliati del clan con tre nomi, Gallo, Limelli Vangone, radicato tra Boscoreale, Boscotrecase e Torre Annunziata. E un impero messo su grazie al business della droga. Con un «pil» da brivido. Inimmaginabile.

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Alla sbarra ci sono 61 imputati. Cè scritto sul fascicolo nelle mani dei giudici della quinta sezione dAppello. «Carmine Amabile+60». Ma detto così non significa nulla. La sostanza sta tutta dentro le cartelline davanti ai giudici. Di quei 61 affiliati a processo, uno è Giuseppe Gallo, 37 anni, gli altri sono i suoi soldati.

 

Per lAntimafia resta uno dei boss più potenti dEuropa. Lodefiniscono mister 400 milioni di patrimonio. Il signore della cocaina. Uno che aveva talpe in tribunale per far sparire i fascicoli delle inchieste, al quale basta alzare un messaggio per ordinare una montagna di polvere bianca dallaltro capo del mondo. I narcos colombiani finiti in carcere lhanno confermato in videoconferenza. «Sì, i Gallo erano i nostri referenti in Italia». Già, in Italia, non solo in Campania.
Giuseppe Gallo ha trasformato i contanti in impero. Case, immobili, società, auto di lusso. Un impero infinito.

 

Lo chiamano «pazzo» perché vorrebbe farlo credere a tutti. Qualche anno fa riscuoteva persino 700 euro di pensione di invalidità. Un piccolo contributo dello Stato che serviva a dribblare le sentenze. Un giudice ci è anche cascato una volta, decretando la sua incapacità processuale.  Ma poi nessuno più ci ha creduto, nenneno quando ha raccontato le sue allucinazioni ai periti che lo hanno «visitato».
«Parlo spesso con una bambina e vedo anche Antonio, un uomo della mia età», ha detto. «Una volta ho anche tentato di ammazzarli. E poi ho dato fuoco alla mia cella». I medici lo hanno definito «schizofrenico paranoide» ma questo non incide sulla sua capacità di stare in giudizio. In realtà, Gallo è ritenuto pienamente in sé, capace di curare tutti i particolari. Anche quelli fisici.

 

Appare proprio così nel monitor rivolto verso la corte. Entra ed esce più volte dalla stanzetta del carcere di Ascoli. Fissa la cam, si alza, si sgranchisce le gambe, poi si risiede. E lì dalle 13.30, dal momento in cui i giudici hanno lasciato laula per chiudersi in camera di consiglio.
Anche sua madre Rosaria Vangone è detenuta, anche lei compare nello stesso monitor, ma in un altro spicchio. Sembra accanto al figlio invece è lontana 850 chilometri più lo stretto di Messina. In primo grado hanno beccato 40 anni in due, perché secondo la tesi sostenuta dallAntimafia, sono il boss e lady camorra. La cupola. Se aggiungiamo la condanna di primo grado a sua moglie, allora gli anni di carcere diventano 52. Anche Annalisa De Martino attende la sentenza. Lei però è dentro laula bunker, dietro le sbarre. Le fanno gli auguri. Ha 37 primavere e spera che la sentenza del giudice Domenico De Stefano possa diventare un regalo. O qualcosa di simile.

 

E serena, Annalisa. Vorrebbe incrociare lo sguardo del marito, ma non può. Il monitor sul quale va in onda la cella di Ascoli guarda la scritta «La legge è uguale per tutti». Suo marito e sua suocera la leggono mille volte.
Passa unora, due, lattesa diventa spasmodica. Intanto cala la sera. Si avvicina la notte. La folla allesterno dellaula bunker spera in un copo di spugna, il pool di avvocati ritiene di aver messo in crisi lAntimafia, laccusa spera di poter confermare il verdetto di primo grado.

 

Quasi 8 secoli di carcere strappati dal pm Filippelli, gli stessi che «richiede» il procuratore generale Paola Correra.
La battaglia si gioca sui cavilli. La potenza del clan non è in discussione. Laffare della polvere bianca nemmeno. La capacità di penetrazione nellarea Vesuviana è una certezza. Il problema, secondo le difese, è che la sentenza di primo grado è «pesante». Cioè «non tiene conto della differenza di ruoli né della ripartizione delle responsabilità criminali». In più, quelle che la Dda definisce «lady clan», secondo le difese sono «semplici comprimarie». In primo grado ci sono 10 condanne a 20 anni, 14 oltre i dieci, poche assoluzioni. E unapocalisse per la camorra dellarea Vesuviana. Una mazzata per la cupola formata da Giuseppe Gallo e da otto colonnelli, tra cui i suoi parenti.La tesi è la stessa da tre anni e quattro mesi, dal giorno del blitz e degli 81 arresti. Poi qualcosa cambia.
Sono le 10.30 di un lunedì spartiacque. I giudici della Quinta sezione rimettono piede in aula dopo nove ore di camera di consiglio e leggono il dispositivo. E una sentenza-choc che dimezza le condanne di primo grado. E una nuova visione della cosca. Comanda il pazzo, e basta. Per lui resta la condanna a 20 anni. Gli altri portano a casa sconti pesantissimi.
Dietro le sbarre la tensione diventa soddisfazione. il boss torna in cella, sua madre passa da 20 a 12 anni, la folla di amici e parenti è soddisfatta. Annalisa De Martino meno. Il suo sconto è di 2 anni appena. Consistente, ma non proprio il regalo che aveva sperato per il suo compleanno.
I giudici, intanto, vanno via: tra 90 giorni spiegheranno il colpo di spugna. RADIO PIAZZA CRONACA CAMPANIA

01/05/2013

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