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SUCCESSO PER “IL TARLO” DI SALVATORE GALVANO

Un mistery che prende il lettore per mano, introducendolo nella realtà militare, all’interno di uno Stato Maggiore della capitale, in primis, e di un Reparto del Genio Militare, in seconda battuta.

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Il Ministero della Difesa come cornice, la morte sospetta di un generale e un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, Luigi Licata, chiamato a svolgere indagini complicate, sono solo alcuni degli elementi de “IL TARLO”, il military thriller di Salvatore Galvano di oltre duecento pagine, pubblicato dalla CIESSE Edizioni nel 2015 e attualmente tra i bestseller della categoria “gialli e noir”.

Un mistery che prende il lettore per mano, introducendolo nella realtà militare, all’interno di uno Stato Maggiore della capitale, in primis, e di un Reparto del Genio Militare, in seconda battuta.

Un giallo italiano di ambientazione militare che si dimostra piacevole e intrigante sin dalle prime pagine, una scrittura sobria e fluida che sembra ispirarsi direttamente a quei principi di chiarezza e leggerezza propugnati da Italo Calvino nelle sue lezioni americane a proposito di scrittura creativa.

Ma anche un buon uso dello strumento linguistico, equilibrato e pulito in tutti i suoi registri semantici, sempre scevro da quella facile volgarità di cui oggi può essere intrisa la narrativa.

Tutto questo è ”IL TARLO” di Salvatore Galvano, presentato già a MATERA, a CASERTA e a MERCOGLIANO (AV), nello stupendo Salone degli Arazzi dell’Abbazia di Loreto.

Un tuffo nel mondo militare, un ambiente particolare che trasmette un gradito modello di ordine e compostezza che va ben oltre il senso dei noti “Signorsì”, “Sissignore” o “Agli ordini, signor colonnello”.

Un accostamento al Montalbano di Camilleri che vedono già in molti, a causa delle espressioni in dialetto agrigentino del protagonista nonché per il suo amore per la buona cucina, ma che si discosta dal commissario di Vigata perché meno guascone di quest’ultimo e più ligio alle regole, ma anche per la sua innata paura per l’acqua profonda (non sa nuotare…) e per il suo spiccato “imbarazzo” con le armi.

Ma Licata rimane un grande investigatore. Lui è il “cane da tartufo”, uno che fiuta le tracce fin dall’inizio, anche se la sua indagine è lunga e faticosa e la soluzione arriva solo alla fine della storia, quando emergono in maniera netta e decisa l’intelligenza, la sorprendente capacità di analisi psicologica e la giusta dose di umiltà del protagonista. “Che Dio ti perdoni!” esclama il maresciallo, rivolto al colpevole, e tanto ci basta per capire in pieno la dimensione morale e profondamente umana del protagonista, un investigatore che ci piace e che vorremmo vedere ancora in azione. Aspettiamo solo che Salvatore Galvano ci proponga presto una sua nuova indagine e ce lo riproponga ancora per il piacere dei lettori.

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