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Trivelle senza regole.Sì vota per cambiare”.

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In questi giorni il dibattito sul referendum vede contrapposti: da un lato, coloro (me compreso) che ritengono opportuno evitare i rischi ambientali legati all’estrazione – in un mare chiuso sottocosta – di modeste quantità di combustibili fossili, che sono una fonte di energia da sostituire comunque nel tempo; dall’altro lato, coloro che giudicano le estrazioni strategiche per il paese e punitiva per l’industria la chiusura delle piattaforme.

Ma il significato del referendum non è solo in questa contrapposizione. Infatti con il voto non dovremo dare un indirizzo di politica energetica a favore delle “rinnovabili” o del “fossile” (anche se questo sarà un secondo effetto molto importante), ma nello specifico del quesito referendario potremo restituire alle commissioni tecniche il compito di fare proprio queste valutazioni strategiche, nell’interesse collettivo. Per questo motivo, a mio avviso, dovrebbe votare SI’ anche chi crede molto nelle energie fossili.

In realtà è inevitabile che i combustibili fossili saranno presto o tardi sostituiti da altre fonti di energia, preferibilmente rinnovabili. Per tre motivi: il primo è che sono tra i principali artefici dei cambiamenti climatici e delle conseguenti calamità naturali, foriere di morte e danni delle attività produttive; il secondo è che inquinano aria, acqua e suolo, danneggiando la salute; il terzo è che si esauriranno.

Ma questo cambiamento avrà modalità e tempi che dovranno essere scelti con sapienza per essere veramente utili all’economia e all’ambiente. E questo è il mestiere di chi scrive le politiche energetiche degli Stati.

Come ingegnere per l’ambiente, so quanta energia il petrolio e il gas naturale ci forniscono per le attività della vita quotidiana e delle imprese; credo allo stesso tempo che occorre innovare nella produzione e nel consumo di energia.

La vera alternativa al progresso non è la stagnazione ma il rinnovamento  (Richard Mabey)

Una strategia di riconversione energetica adeguata alla esigenze del nostro paese va stabilita, secondo le direttive comunitarie, sottoponendo il piano energetico nazionale alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) e verificando i progetti alla luce della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). La VIA e la VAS sono effettuate da commissioni tecniche costituite ad hoc che hanno a disposizione tutta la documentazione tecnica utile, comprese le osservazioni dei cittadini. La VIA e la VAS valutano caso per caso:

  • la quantità di energia ricavabile dal giacimento;
  • le ricadute economiche positive dei progetti (indotto petrolifero, minore dipendenza energetica) e quelle negative (turismo, pesca, agricoltura, produzioni alimentari, utilizzo diverso del suolo non occupato da trivelle);
  • le fonti di energia disponibili in alternativa (importazioni di combustibili fossili, fonti rinnovabili, riduzione degli sprechi) e quanto inquinano a confronto;
  • le tecnologie e i sistemi di sicurezza previsti dal progetto;
  • gli effetti sulla salute e sull’ambiente derivanti dalla ricerca e dalle estrazioni di idrocarburi in condizioni ordinarie e di incidente;
  • le probabilità di incidente e altri rischi come la subsidenza del suolo.

Alle procedure come VIA e VAS sono dedicati 35 articoli di legge, tutta la Parte II del Testo Unico Ambientale[2], una norma che è la Bibbia Italiana per l’ambiente. Ma all’articolo 6, dove si parla di trivelle, questa norma è stata modificata varie volte fino a prorogare senza scadenza le concessioni esistenti sottocosta, impedendone la VIA. Infatti, quando si rilasciano nuove concessioni si riunisce la Commissione VIA, si migliorano i progetti, si ricontrattano i diritti di estrazione da corrispondere allo Stato e si assegna eventualmente la concessione ad un diverso soggetto presente nel mercato.

Oggi lo Stato ha abdicato a questa valutazione e, togliendo la scadenza alle concessioni, annulla anche la sovranità delle future generazioni. Cosa può giustificare la rinuncia alla VIA visto che essa può migliorare i progetti e renderli più vantaggiosi per l’economia e per  l’ambiente?

Potremo ridare una scadenza alle concessioni votando il Sì al referendum.

 

Piattaforme offshore. Foto: ilgiornale.it

Un’altra anomalia normativa si trova all’articolo 38 del “Decreto Sblocca Italia” [3] (che non è oggetto del referendum abrogativo), dove tutte le operazioni di ricerca ed estrazione di petrolio e di gas naturale, in terraferma e in mare, sono considerate per principio “di pubblica utilità. I relativi titoli abilitativi comprendono pertanto la dichiarazione di pubblica utilità” e comprendono la “variante urbanistica”.

All’articolo 37 del Decreto si trova invece la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dei progetti di gasdotti e rigassificatori, indipendentemente dalle aree attraversate, dalle quantità in gioco, dai fabbisogni variabili nel tempo, dalle variazioni future dello scenario geopolitico nei paesi produttori, dal numero di impianti nel frattempo realizzati!

Con il decreto “Sblocca Italia” il Governo aveva avocato a sé anche gran parte delle competenze delle Regioni in materia di autorizzazioni all’estrazione di idrocarburi, in mare e sulla terraferma. Il Governo Italiano era diventato una sorta di “centrale unica delle autorizzazioni”. Con le competenze concentrate nel governo centrale, se i membri dell’esecutivo presentano poi un conflitto di interessi, si realizza un cortocircuito democratico. Basterebbe cioè condizionare poche persone se si volesse realizzare un vantaggio personale. Sembra che questo lo sapesse bene l’imprenditore Gianluca Gemelli – il compagno dell’ex ministra dell’economia Federica Guidi coinvolto in inchieste relative alle estrazioni di petrolio in Basilicata e in Sicilia – che secondo l’accusa avrebbe esercitato arroganti pressioni sull’esecutivo.

I promotori del referendum ne avevano previsti altri 5 per restituire alle regioni alcuni dei loro poteri. Grazie a questa loro iniziativa, il Governo ha già provveduto a modificare nuovamente la normativa in questo senso e i referendum sono stati così ritenuti non più necessari dalla Consulta.

La trivelle d'Italia in terraferma e in mare nel novembre 2014. Fonte: Min. Sviluppo Economico tramite la testata giornalistica online Daily Green

La trivelle d’Italia in terraferma e in mare nel novembre 2014. Fonte: Min. Sviluppo Economico tramite la testata giornalistica online Daily Green

Nel contesto attuale in cui è considerata inevitabile la precarizzazione del lavoro con il Jobs Act, in cui il commercio e la libera professione sono rischiosi in tempi di crisi, assicurazioni di un incarico dallo Stato a tempo indeterminato ci sono per le compagnie petrolifere, con le concessioni illimitate.

Quanto ai lavoratori delle piattaforme, in caso di vittoria del Sì, di qui alla scadenza delle concessioni, potrebbero essere formati alla produzione di forme di energia alternativa che avranno un forte sviluppo per effetto dell’Accordo sul clima di Parigi. Così l’industria si adatta alle esigenze dello Stato e non il viceversa.

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I dati forniti dai Ministeri alle associazioni ambientaliste [4]

Legambiente e Greenpeace hanno elaborato i dati pubblicati sul sito del Ministero dello Sviluppo economico e hanno desunto che le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Le riserve marine di petrolio potrebbero coprire l’intero fabbisogno nazionale per meno di due mesi, ma per estrarle occorreranno invece concessioni trentennali.

Secondo il Comitato per l’astensione  “Ottimisti e razionali” la produzione italiana di gas e di petrolio – comprendendo quella sottocosta, al largo e in terraferma – copre, rispettivamente l’11,8% e il 10,3% del nostro fabbisogno. I diversi dati non sono incompatibili fra loro.

Sempre Greenpeace precisa che delle 88 piattaforme operanti entro le 12 miglia, ben 64 non sono in funzione oppure erogano così poco da rimanere sotto la franchigia per il versamento dei diritti di concessione. Dunque c’è il pericolo che i bacini siano in realtà già in via di esaurimento e che la concessione illimitata venga usata per rallentare le estrazioni e rimandare il più possibile l’onere dello smantellamento e della messa in sicurezza ambientale.

Greenpeace si è poi avvalsa della facoltà di richiedere al Ministero dell’Ambiente i piani di monitoraggio ambientale delle 135 piattaforme presenti nei mari italiani, ottenendone solo 34. E al riguardo il 30 marzo ha ottenuto la spiegazione dell’ENI: le piattaforme “di propria pertinenza, non emettono scarichi a mare, né effettuano re-iniezione di acque di produzione in giacimento, pertanto non ci sono piani di monitoraggio prescritti e nessun dato da fornire”. Si ha dunque un ulteriore indizio di piattaforme ferme; per quanto, anche in questo caso, gli impianti possono comunque produrre impatti che andrebbero misurati e controllati.

La necessità dei controlli è comprovata dallo lo stralcio di un articolo apparso sul mensile siciliano “S”, riportato sempre da Greenpeace:

500 mila metri cubi di acque di strato, di lavaggio e disentina sarebbero state iniettate illegalmente nel pozzo Vega 6, del campo oli Vega della Edison, al largo delle coste di Pozzallo. […]

Gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“. Secondo ISPRA la miscela smaltita illegalmente in mare contiene “metalli tossici, idrocarburi policicliciaromatici, composti organici aromatici e MTBE” e ha causato danni ambientali e inquinamento chimico. “La natura particolare delle matrici ambientali danneggiate”, secondo ISPRA, non potrà essere riportata “alle condizioni originali”.

L'esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel 2010 costò la vita a 11 persone e causò una 'Marea nera' di petrolio che per tre mesi continuò a riversarsi nelle acque e lungo le coste del Golfo del Messico. Ad inizio aprile è arrivata la condanna definitiva della compagnia petrolifera. Fonte larepubblica.it

L’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel 2010 costò la vita a 11 persone e causò una ‘Marea nera’ di petrolio che per tre mesi continuò a riversarsi nelle acque e lungo le coste del Golfo del Messico. Ad inizio aprile è arrivata la condanna definitiva della compagnia petrolifera. Fonte larepubblica.it

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