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I numeri raccontano di un’epidemia che sta colpendo con meno forza anche negli ospedali. Confermata la riduzione dei decessi

Natale e Covid: il 65% degli italiani spenderà meno per cenone e regali

A gravare di più sulle famiglie italiane sono la mancanza di certezze per il futuro (45%) e una riduzione del proprio reddito (35%)

di Mattia Pirola

Un Natale, quello che verrà, all’insegna del risparmio per due famiglie su tre, con il 65% degli italiani che spenderà meno per il cenone e i regali. Le motivazioni di questa contrazione vanno ricercate in una mancanza di certezze sul futuro (45%), e una diminuzione delle possibilità economiche (35%). È quanto emerge da un sondaggio condotto da Izi in collaborazione con Comin&Partners, sulle abitudini di consumo degli italiani per il Natale 2020, festività giunta al termine, come tutti sanno, di un anno travagliato dall’epidemia da Covid 19.

Secondo i dati, il 34% delle famiglie italiane spenderà meno di 100 euro per i regali, mentre solo il 12% ha dichiarato di aver speso la stessa cifra lo scorso Natale. Se a Natale 2019 la spesa media si attestava intorno ai 340 euro, quest’anno è di circa di 236 euro, registrando un significativo tasso di variazione al ribasso (-31%).

Tuttavia c’è qualche nota positiva. A sorpresa, infatti, il Covid non ha frenato la voglia di andare nei negozi a caccia di regali. Più della metà degli italiani (53%) non rinuncerà allo shopping natalizio negli esercizi commerciali. Al contrario, il commercio online verrà scelto dal 46% degli italiani. Tagliati fuori, a causa delle attuali restrizioni, i tradizionali mercatini di Natale.

Per quanto riguarda la tipologia di regali che verranno acquistati, risultano calare tutti i principali generi di consumo. Risulta essere rimasto più o meno costante con lo scorso Natale l’acquisto di libri e prodotti di arredamento, con una piccola diminuzione dell’1,5% e dello 0,5%. Registrano una maggiore riduzione gli articoli di profumeria (-12%) il genere abbigliamento/accessori (-11%) e i dispositivi tecnologici (-10%).

Quasi i tre quarti degli intervistati (68%), poi, ha deciso di trascorrere la vigilia di Natale solo con i propri conviventi. Non rinuncerà a passare le feste con i propri parenti (fino a sei persone), invece, il 23% degli italiani. Nonostante le restrizioni, un’esigua minoranza (3%) ha intenzione di trascorrere il 24 dicembre con parenti e amici in un numero superiore a sei. Infine il 5% dichiara che passerà le feste da solo.

A subire maggiormente le conseguenze dell’attuale crisi economica è il cenoneIl 33% degli intervistati dichiara che spenderà meno di 50 euro per l’ultimo dell’anno (+10% rispetto allo scorso anno). A Natale 2019 la spesa media per il cenone ammontava a 127 euro, mentre quest’anno si ferma 93 euro, con una rilevante riduzione in percentuale (-26%).

Covid: morto psichiatra forense Gian Luigi Rocco, il figlio su Facebook: “I medici avevano detto niente di grave…”

Era un professionista molto noto e riservato. “Durante una prima degenza non gli hanno dato l’ossigeno perchè era finito”
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E’ morto ieri per Covid Gian Luigi Rocco, noto psichiatra forense genovese, 71 anni. Era ricoverato da un mese all’ospedale Galliera di Genova. Ne dà un composto e toccante ricordo su Facebook il figlio Gian Luca Rocco, giornalista, invitando alla massima attenzione contro l’epidemia.
Sono molti i casi anche celebri in cui Rocco era intervenuto in tribunale per una perizia. Uno degli ultimi riportati alle cronache è stato forse quello dell’omicidio nel savonese della 21enne Janira D’Amato per cui è stato condannato all’ergastolo Alessio Alamia. Ma, più indietro negli anni, anche nel caso del ‘maniaco dell’ascensorè a Genova tra il 2005 e il 2006.
“Mio padre sarebbe ancora vivo e probabilmente, nonostante una forma scadente e un girovita abbondante, lo sarebbe stato per i prossimi 20 anni se non ci fosse stato e se non si fosse preso il Covid – sottolinea oggi il figlio -. Perché mio padre diceva che stava attento, ma riceveva i pazienti. Che metteva la mascherina, ma andava in Tribunale. Che insomma, non poteva stare in casa, aveva cose da fare, persone da vedere”.
Il figlio però nel ripercorrere l’ultimo mese di vita del padre dà anche conto di una serie di passaggi sanitari che lasciano aperti inquietanti interrogativi, specie quando racconta che lo psichiatra in ospedale non è stato sottoposto a terapia con ossigeno poiché quest’ultimo era finito e lui è stato rimandato a casa.

Ecco il suo racconto: “Fino al mese scorso, era stato in ospedale solo due volte (al Pronto soccorso per la precisione). La prima perché si era rotto il braccio giocando a calcio e la seconda per dei calcoli alla cistifellea, poi spariti con dieta e tanta plin plin.
Il 3 novembre il tampone è risultato positivo al Covid 19. Aveva il raffreddore da una settimana e perso gusto e olfatto.
Il 6 novembre è stato portato al pronto soccorso di San Martino perché la sua saturazione era crollata. Durante la breve degenza, non lo hanno ossigenato, perché l’ossigeno era finito a causa dei troppi accessi. E’ stato 12 ore su di una sedia di un reparto traboccante di pazienti anche messi peggio di lui. Gli hanno fatto l’esame del sangue, una lastra e poi hanno deciso che insomma, non stava così male, nonostante una serie di asterischi vicini alle analisi che anche Pinco Palla dottore di Wikipedia avrebbe storto il naso. Hanno detto che dalla lastra forse c’era una lieve insufficienza respiratoria, ma niente di grave. Lo hanno rimandato a casa alle 20. Alle 20,30 aveva 40 di febbre e non respirava più. L’hanno portato di nuovo via, questa volta verso un altro ospedale.
Il 3 dicembre, cioè quell’oggi che ora volge al termine, è morto, da solo, in un reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Galliera di Genova dopo oltre due settimane di rianimazione e altrettante di degenza (sempre da solo)…”.

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Dalla ricerca biotech, farmaci intelligenti che colpiscono le ‘proteine bersaglio’

Alla scoperta di un’innovativa strategia di ricerca che parte dalle cellule dei pazienti per scoprire in modo rapido e preciso nuovi farmaci. Il ruolo dell’Italia nei prossimi studi cliniciScovare le proteine ‘bersaglio’ che causano le malattie e colpirle per affrontare così il problema alla radice anziché limitarsi a trattarne i sintomi. È questo l’approccio innovativo di Galapagos, società di biotecnologie belga, con sede a Mechelen, nelle Fiandre, e che nel 2020 ha allargato la sua presenza internazionale aggiungendo ai 10 Paesi in cui è presente anche l’Italia. La ricerca di questa giovane azienda si concentra soprattutto su due processi patologici fondamentali, l’infiammazione e la fibrosi che sono alla base di moltissime malattie diverse e sono ancora oggi solo parzialmente compresi.

Un approccio innovativo alla ricerca
La maggior parte delle malattie e dei disturbi cronici sono causati da un’alterazione della modalità di funzionamento di alcune proteine. “La nostra ricerca parte dal paziente, o meglio dalle cellule dei pazienti”, spiega Daniele D’Ambrosio, Head of Clinical Research Galapagos. “Grazie a una tecnologia proprietaria siamo in grado di analizzare diverse tipologie cellulari e di testarle per migliaia di differenti ‘bersagli’. Una volta individuato quello più promettente passiamo rapidamente a produrre una molecola che attacca il bersaglio e altrettanto celermente alla clinica”. La caratteristica di questa azienda è la velocità: si inizia con studi di piccole dimensioni, che cercano di captare un segnale per capire se il bersaglio viene realmente raggiunto anche nel paziente, e dopo aver avuto la conferma si investe in studi più ampi, per esempio attraverso delle partnership che consentono di arrivare fino alla commercializzazione del farma

 

Dalla ricerca all’attività commerciale

Fino ad oggi Galapagos è stata una società di ricerca e sviluppo, senza alcuna attività commerciale, con sede in pochi paesi. A partire dal 2020, però, l’azienda ha iniziato a costruire un’attività commerciale a livello europeo per offrire al mercato, incluso quello italiano, nuovi trattamenti. Le conoscenze accumulate in 20 anni di ricerca hanno consentito di arrivare all’individuazione di una molecola che agisce sull’infiammazione, filgotinib, che ha di recente ottenuto approvazione da parte della Agenzia Europea sui Medicinali (EMA) come farmaco indicato nella terapia dell’artrite reumatoide.

 

Una ‘biblioteca’ di adenovirus
Quello delle malattie reumatiche è proprio l’esempio perfetto per comprendere le modalità di ricerca di Galapagos. Le cellule dei pazienti affetti da queste patologie, infatti, producono diversi fattori di infiammazione. Per identificare la proteina chiave che la causa, Galapagos usa una tecnologia d’avanguardia: sfrutta la capacità degli adenovirus di entrare dentro le cellule e di silenziare geni specifici. Grazie alla piattaforma e alla ‘biblioteca’ di adenovirus di cui dispone oggi l’azienda, è possibile studiare 6000 geni umani e capire se, silenziando la proteina prodotta da questi geni, si inibisce anche l’azione infiammatoria. Se la perdita di quella proteina produce un effetto sul progresso della malattia, allora significa che si ha a disposizione un nuovo target e sarà quindi possibile sviluppare una molecola, e dunque un potenziale farmaco, che vada a legarsi a quel target e ne inibisca il funzionamento.

Approvazione europea per il primo farmaco
Il primo farmaco ottenuto con questo approccio scientifico che di recente ha ottenuto l’approvazione a livello europeo è il filgotinib per il trattamento dei pazienti con artrite reumatoide in fase attiva da moderata a severa. “Si tratta di una molecola definita Janus Kinasi inibitore (JAK-inibitor) che agisce con un meccanismo mirato, andando ad inibire quella che è la via determinante dell’innesco della cascata infiammatoria alla base dell’artrite reumatoide”, spiega Iole Cucinotto, direttore medico di Galapagos.

La famiglia dei JAK

 

“Per capire meglio – prosegue il direttore medico – le Janus Kinasi (JAK) sono una famiglia di enzimi che hanno il compito di trasmettere il segnale portato dalle citochine infiammatorie, dal recettore posto sulla membrana cellulare al nucleo, dove attivano la trascrizione di numerosi geni implicati nell’amplificazione del processo infiammatorio”. Le Janus Kinasi sono quattro e non sono tutte implicate in maniera esclusiva nel sostegno del danno infiammatorio, ma mediano anche numerosi processi fisiologici come l’ematopoiesi e la maturazione delle cellule del sistema immunitario. “Filgotinib – afferma Cucinotto – mostra un’attività preferenziale su una delle Janus Kinasi, denominata JAK 1, che sembra essere quella implicata in maniera più esclusiva nella mediazione del segnale infiammatorio attraverso la via metabolica conosciuta come JAK-STAT”. Filgotinib è un farmaco orale, da assumere una volta al giorno, che ha una specifica indicazione per il trattamento dell’artrite reumatoide di cui soffrono in Europa quasi 3 milioni di persone, molte delle quali non riescono ad ottenere il controllo dei sintomi a lungo termine.

 

L’impegno per la fibrosi polmonare idiopatica

 

Oltre che sull’artrite reumatoide, l’azienda biotech sta lavorando anche sul fronte della fibrosi polmonare idiopatica (IPF), una malattia rara caratterizzata dalla deposizione di tessuto cicatriziale sui polmoni, che blocca progressivamente la possibilità di ossigenare il sangue. “È stato individuato un enzima bersaglio denominato “autotaxina” la cui inibizione, attraverso una molecola di nostra scoperta denominata ziritaxestat, ha mostrato una consistente attività anti-fibrotica”, spiega la Dottoressa Cucinotto. “La ricerca è decisamente avanti dal momento che la molecola ha mostrato risultati positivi in uno studio di fase 2 condotto su pazienti affetti da IPF e sono già in corso studi di fase 3”.
Il ruolo dell’Italia
L’Italia per Galapagos è un paese molto importante sotto più punti di vista. La compagine italiana in azienda è molto numerosa e nel corso dei prossimi mesi il team italiano – che oggi ammonta a circa una ventina  di dipendenti – crescerà ulteriormente e sarà consolidato. “Quest’anno abbiamo pianificato oltre 50 studi clinici, di cui 2 attualmente in corso in Italia sulla sclerosi sistemica e la fibrosi polmonare idiopatica. Si tratta di due patologie che esprimono lo stesso bersaglio legato alla fibrosi, sebbene siano diverse nelle loro manifestazioni cliniche. Finora abbiamo reclutato i pazienti in una decina di centri ospedalieri in tutta Italia ma con l’apertura della nostra sede a Milano sta iniziando sicuramente una stagione di maggiore collaborazione con i clinici italiani e di nuove opportunità per i pazienti che potranno essere coinvolti in maggior numero nei nostri studi clinici”, conclude D’Ambrosio.

 

 

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