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Una serata in Ellingtonia

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God save the swing!. Rubiamo il nome ad un gruppo di jazzofili internauti per descrivere latmosfera in cui ci siamo ritrovati sabato sera, sullonda sonora, che ha travolto lintera platea, prodotta dalla Duke Ellington Orchestra, ospite della sezione dieci/12 del Ravello Festival. Allauditorium Oscar Niemeyer quel nome dalle cui opere sarebbe ricavabile l’idea di cosa sia “essenzialmente” il jazz, è stato onorato con un concerto della leggendaria formazione fondata da Edward Kennedy Ellington, passata, poi, sotto la guida del figlio Mercer ed, oggi, alla direzione artistica del nipote Paul, che ha affidato la tastiera e la conduzione a Tommy James, che con grande eleganza e comunicatività svolge loneroso compito  di evocare l’inimitabile suono dell’orchestra di Duke. La scaletta, proposta a Ravello, è principiata, naturalmente, con il  Take the “A” Train di prammatica, sigla degli anni 1940-41 che segnano il momento più scintillante dellorchestra ellingtoniana, risiedente proprio nello splendore degli arrangiamenti, eccellenti almeno quanto il lavoro dei solisti e il complesso. Ogni passaggio è perfettamente arrangiato, sia come equilibrio che come struttura formale e le parti solistiche prendono vita su sfondi ideali mentre, un inesauribile succedersi di linee melodiche forma ogni pezzo. Tutto ciò si deve anche al genio di Billy Strayhorn, larrangiatore e pianista, ombra di Ellington che, prendendo spunto da un modo di dire del Duca, per cui la stazione metropolitana di linea A sulla 155 esima strada era solo a 15 minuti di distanza dalla parte centrale di Manhattan, compose questa pagina in tempo medio-veloce, divenuta la sigla dellorchestra, che ha posto in luce  il suono dirty della tromba di James Zollar. Passaggio al Cotton Club con The Mooche, pensato proprio per le decorazioni del locale e per i suoi numeri primitivi, con un uso tutto particolare delle armonie e dei timbri e lo stile growl perfezionato, la vocalizzazione del timbro strumentale dellintera sezione ottoni, introdotta dallimpasto di sax e clarinetti. E, ancora, Black & Tan Fantasy, prima puntata di una saga sonora, nata per descrivere il dramma del popolo sradicato dall’Africa Nera, una perfetta miniatura di architettura musicale ed uno studio sulluso delle inflessioni e variazioni di timbro per dilatare le sensazioni emotive ed aumentare la tensione musicale. Una chicca lesecuzione di Such Sweet Thunder, in cui il Duca si muove verso la prassi compositiva europea, incontrando anche il verso shakespeariano, pur conservando il caldo, flessibile fraseggio jazzistico, figlio di una tradizione senza cui questo pezzo non potrebbe esistere. Presentazione dei virtuosi sax ducali con Balcony Serenade, pezzo più amato della Perfume Suite, insieme a Dancers in love, che ritrae i caratteri che una donna può assumere sotto linfluenza di vari profumi. Tamburi dAfrica con David Gibson, che ha magistralmente introdotto il celeberrimo Caravan. Ed ecco un omaggio dei due superlativi sax alti dellorchestra al loro nume tutelare Johnny Hodges. Il primo brano è Isfahan, dalla  Far West Suite, affidata al secondo alto Mark Gross, intenzione moderna, la sua, suono corposo e di grande personalità, il quale in diversi passaggi ha inteso guardare alla stella dellorchestra, cercando di camuffare qualche defaillance nei vertiginosi glissando con un vibrato molto largo, al limite dellintonazione. Il secondo brano è stato Star Crossed Lovers, in cui è stato Charlie Young  soprannominato the professor, a calarsi perfettamente nei panni di Hodges, eseguendo la pagina quasi come un vero e proprio studio per sassofono classico. Tommy James ha chiuso lomaggio a Johnny con Blues for New Orleans.  Il sax di Johnny Hodges entrò per suonare il suo ultimo blues incidendo la New Orleans Suite nel 1970 e scomparendo per sempre, qualche giorno dopo. Un blues questo, che sa di Sud, di nero, di calore e umidità e leggerezza come solo i blues scritti da Ellington sanno essere. Giardinetto finale pirotecnico, per un pubblico estasiato da unorchestra il cui unico punto debole è, purtroppo, il sax baritono, Morgan Price, non allaltezza del suo compito, lontanissimo dalla calda voce e piena di buon umore di Carney, a sostegno della sezione, unitamente alla sua cupa sonorità nei pezzi drammatici e nei soli, con Dont mean a thing, una intensa Solitude in piano-trio, prima di chiudere con uno scoppiettante duel tra i due sax tenori, Robert LaVelle e Shelley Paul, sulle note di Cotton Tail e la jam e saluto al pubblico, tutto in piedi, con Rockin in Rhythm.

 

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