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Una vita in poesia, il libro di Tina Piccolo

Recensione della raccolta in versi dell’artista partenopea a cura del poeta e critico letterario, nonché collaboratore di vari siti giornalistici, il dr. Mauro Romano.

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E’ facile dire “Una Vita”, quel bel contenitore di gioie e amarezze, di soddisfazioni e delusioni, di orgogli e pregiudizi, di realtà e fantasie, di fantasmi che spariscono e ricompaiono nei momenti più impensati. Sentimenti rivolti a chi della propria vita ne fa una missione – prendendola per le corna e presa a cornate! – nel tentativo di scansare “frecce avvelenate”e false sincerità, in modo diretto e con occhi puntati nelle pupille altrui … a guarire ferite siliconate con l’arguzia e l’intelligenza di ripartire dalle proprie ceneri mai del tutto consunte, ma spiritate. Vita, poesia, solidarietà, boudoir letterari, resoconti esistenziali ed altro ancora: l’incredibile volano che muove l’universo artistico e socio/culturale di Tina Piccolo!

L’interiorità della nostra autrice lievita nell’analisi introspettiva del suo verso senza sofisticazioni di sorta, diretto al profondo dell’anima e scartoffiato in mille sfaccettature nella linearità della “maestra” il cui compito non è quello di imporre il proprio sapere, ma di aprire una strada a sensazioni decise a schiudersi varchi sul quadrante dell’esistenza, spesso e volentieri suggerite da “Un bambino che insegna all’adulto l’itinerario del cuore”.

Il tutto scandito dai rintocchi del pendolo del quotidiano, soprattutto quando l’universalità dello “scrivere” copre le bellezze dell’universo con un manto solare che irradia il piacere del lettore. E diviene credibile ambasciatrice che lascia che sia il verso a parlare, l’ispirazione a pronunciarsi, la sensibilità a fiatare attimi d’immenso mischiati a situazioni quotidiane non sempre idilliache … che ogni sorte di vita pone.

La chiarezza della sua lirica, scaccia le sirene di qualsivoglia enigmaticità o ermetismo a favore di un pragmatismo esistenziale che non genera confusione: mai arrendevole, sempre in prima linea, a guidare battaglioni alla carica di emozioni mai dome, forgiate in un carattere ribelle e consapevole dei propri valori, forti e capillari. E spande ai quattro venti il messaggio che è l’amore a muovere le sfere dell’esistenza, a quietare i trambusti dell’anima, a mitigare gli scricchiolii del tempo, perché, anche “se si spegnesse il sole … se il rabbioso ventre della terra partorisse cenere e lapilli … in qualche modo vivrei!”, a patto che vi sia sempre l’AMORE!!!

Scorrendo i versi della Tina, sempre tallonando quel filo conduttore dell’arco vitale, udiamo il ticchettio dei suoi passi, le pulsazioni del petto e baleni d’infinito che l’essere umano eclissa spesso e volentieri negli anfratti del proprio “IO”, e che non sempre riesce a tirare fuori. Ed allora ci sta anche a rosolarsi sulle braci ardenti di passioni che s’abbigliano di positività, di speranza, del sapiente imboccare nuovi sentieri … dalle sfaldature di rocce per troppo tempo graffiate dalle intemperie dell’anima … dalla poesia che attinge da elementi vitali quali il sole, l’acqua, sempre fasciata d’orgoglio, serena nel ruolo di donna/madre e nell’arma da usare contro l’illegalità, affinché la giustizia divenga una normalità, che non sia aleatoria. Concetto nutrito nel ricordo del padre, paladino dei “sacri e inviolabili valori”, nelle sensazioni fantastiche di quando si alza il “tricolore”, emblema d’orgoglio e d’amore.

E che dire di quel puzzle sapientemente composto, contenente variabilità di gioie, dispiaceri, sarcasmo, ironia, satira, ammirazione … Ovvero: l’inevitabile dipartita della mamma; figlia “miracolo d’amore”; superstizioni: “era novembre, ‘o juorne diciassette, nu viernarì”; la liberazione della donna, con simbolo la mimosa; l’elogio del coraggio: “’a faccia ‘e n’ommo can un s’appaura” … pillole di filosofia partenopea che fanno da sfondo all’amore inteso non solo come bellezza appariscente nella scia dei luoghi comuni, ma quali realtà che primeggiano magicamente sulle scelleratezze della “sua” Napoli, “’na riggina ca nun tene curona” o di Mario Merola, da considerare “’nu genio, ‘nu Maestro overo, che cantava e recitava con passione”. Oppure, riferito a Ettore Petrolini che: “hai incastonato gioielli di talento e fantasia”.

Spazia, poi, tra sacro e profano. “Pusilleco è nu suonno” e “’a fronna e vasenicola” diviene simbolo di napoletanità. La magia della musica, la tenerezza della terza età, la scarsa peluria, le ‘rappe’, il passo lento e l’invito a ribellarsi alla vecchiaia … pongono riflessioni sui valori dell’anima che valgono più del raggrinzito fisico, nelle innumerevoli contraddizioni dell’esistenza. Cosicché la donna – spesse volte! – fragile nel proteggere il proprio universo, guerreggia per scongiurare il pericolo paventato con terrore che “sta penna nu’ turnasse … pe’ scioglire nu nureco ‘e penziero ‘ncopp ‘a ‘nu foglio ‘e carta”, benché cosciente di saper “ricominciare ancora, sino a morir d’amore …”.

Altri versi s’inzuppano di religiosità il cui alone serpeggia inconfutabilmente nel concetto di eternità della poesia che, non a torto considera “tutta magia che rubare nessuno può … nata all’alba della vita, tra le mani di Dio”. Rafforzano il concetto l’ode a Papa Woitjla, Santo subito! E la consapevolezza di “papa Giovanni, papa speciale” e Madre Teresa di Calcutta, “icona vivente di Gesù”, oppure: “Gesù … so’ asciute ‘e stelle … parole e Ddio”; … e Santi “uniti nel caldo abbraccio della loro santità”.

Tra tutto, però, significhiamo esplicativo “Un Cristo bambino, ma anche Cristo a cui, ogni giorno c’è un chiodo nelle carni”. E l’invito all’intelligenza umana: “Scava nell’odio con le affannose unghie del perdono e vedrai che troverai l’amore”.

Tina Piccolo, una vita!

A cura di Mauro Romano

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