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Saviano -Teatro Auditorium – “Ditegli sempre di sì“ portata in scena dalla compagnia “Stati d’animo”

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Saviano – Sul palcoscenico, di recente, la proposizione dell’Associazione teatrale “ Stati d’animo” con “Ditegli sempre di sì “ per la regia di Ciro Ruoppo: “Ditegli sempre di sì “, una commedia  scritta da Eduardo De Filippo datata 1927; è contenuta nella raccolta Cantata dei giorni pari. La commedia fu scritta da Eduardo per Vincenzo Scarpetta . Una  riproposizione fu del 1932 per la regia dello stesso Eduardo, al Teatro Nuovo di Napoli. La commedia, dopo la serie di spettacoli del 1932, venne riproposta nel 1955 al Teatro Eliseo di Roma e, per la televisione nel 1962. Altra importante rappresentazione per “Ditegli sempre di sì”, fu quella della compagnia di Luca De Filippo che la portò in scena alla Biennale, Teatro ’82 a Venezia. Ulteriori rappresentazioni si ebbero a Los Angeles, nel 1997. La trama descritta sinteticamente: Michele, interpretato da Ciro Giaquinto, questo il nome del personaggio principale, appena uscito dal manicomio, torna a casa dove lo attende la sorella Teresa, che è la sola a conoscere i suoi passati di anormalità. Michele sembra guarito. La sua crisi sembra alle spalle, ma è solo breve apparenza: spesso ripete le sue stesse parole, vede cose inesistenti, prende alla lettera tutto ciò che gli viene detto. Usa spesso dire: “c’è la parola adatta perché non dobbiamo usare, altrimenti, sapete, io mi imbroglio!”. 

Tuttavia la sua follia non è subito manifesta, spesso è scambiata per una eccentricità passeggiera e ironica; in tal modo è collocata in un clima di equilibrio che garantisce comicità e ironia al racconto scenico. È in questo modo che nascono equivoci esilaranti:  credendo che la sorella voglia sposare Don Giovanni, suo padrone di casa, ne parla alla figlia Evelina. Al pranzo di compleanno dell’amico Vincenzo, un altro equivoco viene generato da Michele che invia un telegramma al fratello di Vincenzo per annunciarne la morte. Nel finale, la pazzia di Michele torna a farsi più manifesta e non in modo vago ma senza ombra di dubbio: diffonde la falsa voce che il giovane Luigi, il pretendente della figlia di don Giovanni, è pazzo, suscitando tutta una serie di ulteriori equivoci. Michele viene per fortuna fermato in tempo dalla sopraggiunta sorella e riportato dove di dovere per esser curato; per quanto possibile!

C’è nel personaggio principale una imbarazzante incapacità di registrare simboli ed indeterminatezze verbali, e privilegiare solo figure retoriche: elementi che conferiscono umorismi al racconto. Michele è dunque, bloccato sulle parole, interpreta qualsiasi frase alla lettera, troppo alla lettera, creando così equivoci e malintesi e ambiguità lessicali. La sorella, che si prende cura di lui, non riesce ad arginare la situazione, e quando lo squilibrio arriva a mettere a rischio la pacifica convivenza, è indicativo e illuminante il suo divenire: deve rimanere fuori, purtroppo; in lui c’è un evidente incapacità di adattamento; il suo vivere si deve adattare in uno stato di  quiete, per quanto possibile,  dal mondo esterno. La chiave interpretativa è l’ironia, e la scelta stilistica è volutamente veemente per una comunque riflessione etica: nella società “civile” non c’è estensione per la pazzia.

È in questo contesto che lo scenografo, Carmine Ciccone nella proposizione sul palcoscenico savianese, ha inteso dare raffigurazione all’opera; uno sfondo nero. Su tale sfondo le interessanti scenografiche che rappresentato tante piccole ruote dentate, di color bianco, apparentemente messe appositamente alla rinfusa e in modo disordinato: sono, in realtà nel loro linguaggio simbolico, rappresentazioni della follia umana; si usa spesso, in modo canzonatorio, beffardo, nel linguaggio comune, dire che, quando ci si lasci andare a qualche eccentricità che, manca qualche rotella! Una scenografia efficace, non affatto tradizionale! Non sono gli unici elementi che formano il quadro scenico, a render ancor meno consueto l’elemento visivo e dar maggior risalto alla follia che accompagna il racconto scenico,  ai lati, quasi fossero delle sculture d’arte moderna, vi sono delle piccole colonne di fili di ferro intrecciati ad arte con un disegno sferico nella loro sommità. Completano il quadro degli attori: Rossella Guerra, Nello Nappi, Michele Palma, Luisa Allocca, Francesco Romano, Tania Giugliano, Anna Maria Mauro, Vladimir Mirabile, Salvatore Giaquinto, Biagio Giugliano, Patrizio De Simone, Rosa Allocca e infine  Santino Antino.

Il sipario si chiude con un imbarazzante quadretto di alcuni dei protagonisti, che accennano ad un piccolo scontro allorché si accorgono che le rispettive giacche, messe lì sulle spalliere delle sedie, momentaneamente, non hanno, stranamente più i bottoni; sono stati strappati via. Il protagonista della vicenda ha creduto di far loro una sorta di favore; un paradosso nato dalle parole di altro personaggio; parole che innescano il meccanismo della follia.

Antonio Romano

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