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Uomini, violenza e ricatto economico: come uscirne

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Molte donne accettano i soprusi del compagno o del datore di lavoro per paura di trovarsi senza casa o senza reddito. Le soluzioni per uscire allo scoperto ci sono. Ne parliamo con Alessia Sorgato, avvocato, autrice di “Giù le mani dalle donne”, manuale che spiega come reagire
Uomini, violenza e ricatto economico: come uscirne

Quando un uomo violento tiene anche i cordoni della borsa, è difficile staccarsene. Si ha paura di rimanere senza soldi per sé o i figli, senza casa o, se l’uomo è anche il datore di lavoro, senza un reddito. Si chiama ricatto economico ed è il motivo per cui tante donne subiscono maltrattamenti continui in silenzio. A torto: la legge, infatti, offre più di una soluzione in questi casi.
A partire dal gratuito patrocinio, con cui lo Stato paga tutte le spese processuali se la donna non può permettersele. Ma la lista è lunga. D.it ne parla con Alessia Sorgato, avvocato penalista. È suo “Giù le mani dalle donne” (189 pp., 14,90 euro, Mondadori), con prefazione di Maurizio Costanzo. Un manuale che, caso per caso, dalla violenza fisica al cyber stalking, spiega come tirarsi fuori da una situazione che sembra senza via d’uscita. Scorrevole, brillante, pratico e aggiornato, il libro è per tutti, anche per chi vittima non è.

Uomini, violenza e ricatto economico: come uscirne

In Italia sono molte le donne che subiscono maltrattamenti perché non hanno un’indipendenza economica?
“I maltrattamenti sono un delitto ‘democratico’, che non conosce distinzioni di reddito o cultura; ma dalla mia esperienza noto che accade meno spesso che donne affermate professionalmente siano vittime. Potrebbe significare che si sganciano in fretta da un contesto violento perché possono ‘permettersi’ la libertà. Oppure l’opposto: forse si vergognano di più ad ammettere di subire violenza tra le mure domestiche e questo potrebbe indurle al silenzio. Ad ogni modo, come ricorda Amnesty International, se è vero che l’indipendenza economica non protegge le donne dalla violenza, è altrettanto vero che una donna dipendente economicamente non vedrà per sé e i figli altre strade che rimanere col partner”.

Il primo consiglio preventivo che darebbe a una donna è di non lasciare il proprio lavoro neanche quando la coppia è felice e lui può permettersi di mantenere entrambi?
“Assolutamente sì. Le donne, soprattutto se si sono conquistate il titolo conseguito, hanno il dovere, verso se stesse e i figli, di mettere le loro conoscenze a frutto e di spendere del tempo nell’ambiente lavorativo, che darà loro stimoli e autonomia economica. Esistono sempre più progetti per la flessibilità, non di rado agevolati fiscalmente o sostenuti da finanziamenti. Oggi è davvero inaudito che si possa lasciare il lavoro senza immaginarsi soluzioni alternative come un part-time o lo smart working, il lavoro slegato dagli orari e dalla presenza fisica dei dipendenti in sede”.

Facciamo alcuni esempi pratici. Lui la maltratta e la casa è intestata a lui. Se lei lo denuncia, poi deve andarsene? E se la casa è intestata a entrambi?
“In nessun caso, neppure se la casa è dei suoceri, la vittima è costretta a lasciarla. La legge prevede che sia il maltrattante a doversene andare. Esistono gli ordini di protezione concessi dal giudice civile: sono una forma di intervento per le situazioni patologiche di sopruso che non trovano soluzione con una separazione, sia per le coppie di fatto che per quelle sposate. In ambito penale, possono essere previsti l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e il divieto di comunicazione, telefonica o informatica. Queste misure cautelari non vengono concesse sulla base della sola parola di lei. Servono riscontri: certificati medici e ricoveri ospedalieri che provino le botte, testimonianze di amiche o vicini che abbiano visto o sentito qualcosa o anche solo raccolto le confidenze. Ma quando l’uomo è colto in flagranza di maltrattamenti e c’è motivo di pensare che possa ripeterli, dal 2013 esiste l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare, a opera della polizia giudiziaria. Su richiesta del Pubblico Ministero, a cui il legale della donna può rivolgersi, può essere ingiunto all’uomo maltrattante di pagare un assegno alle persone conviventi che, per effetto dell’allontanamento, restino prive di reddito (art. 282 bis comma 3 codice procedura penale). Anche il datore di lavoro dell’obbligato può dover versare direttamente la somma, detraendola dalla sua retribuzione”.

In quali casi la donna può essere accolta in una struttura sul territorio? Se sì, chi gliela indica?
“A volte può essere in pericolo l’incolumità della donna se rimane in casa e potrebbero mancare i tempi tecnici e le prove per chiedere l’allontanamento di lui. In questi casi urgenti si attiva la Rete integrata di assistenza completa, con i Centri Anti Violenza (CAV), che la accolgono gratuitamente, insieme ai figli minori, ma per un periodo limitato, oppure con le Case Rifugio, abitazioni in un luogo segreto. Entrambe possono essere istituite da enti locali o da associazioni. Di solito negli uffici delle forze dell’ordine è a disposizione un elenco di indirizzi e recapiti. Il problema è che i posti sono limitati, i finanziamenti sono in calo. Nei casi davvero urgenti, si ricorre al ricovero sociale in ospedale. Nel frattempo, si cercano soluzioni”.

Se lei lo denuncia, lui smette di mantenere i figli. Cosa fare?
“Anche questo è un reato, si chiama Violazione degli obblighi familiari ed è punito dall’art. 570 del codice penale con la reclusione fino a un anno o la multa da 103 a 1032 euro. Questo reato si aggiunge a quelli per cui lei lo ha denunciato: maltrattamenti, percosse, lesioni o atti persecutori. Così sarebbe impensabile per lui ottenere il minimo della pena o le attenuanti generiche. Un caso del genere verrebbe trattato molto duramente dal giudice”.

Se lui finisce in carcere o ai domiciliari, non può più lavorare, quindi smette di mantenere i figli. Cosa fare?
“È un’ipotesi tutt’altro che astratta. Ma neppure in questo caso lui può esimersi dal mantenere i figli: la giurisprudenza italiana, infatti, conserva quell’obbligo anche nei casi limite del fallimento o, come nella nostra ipotesi, della detenzione”.

Lui la maltratta, ma è anche il suo datore di lavoro. Se lei lo denuncia, lui la licenzia. Come fare?
“Un licenziamento del genere verrebbe annullato in brevissimo tempo: è contro la legge e senza giusta causa. Non solo: oltre ai reati di maltrattamento o stalking, c’è anche quello di violenza privata, perché l’uomo la costringe a tollerare qualcosa di estremamente ingiusto. Prima di arrivare al licenziamento, consiglio alla donna di recarsi al sindacato, dove potrebbe esserci uno sportello antiviolenza, e farsi consigliare sulla strategia da mettere in pratica”.

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