L’illusione dei grandi numeri: perché il lavoro in Italia cresce nei volumi ma non nella qualità
Un’analisi dei dati Unioncamere-ANPAL sulle entrate previste per settembre: dietro la soglia delle 565mila assunzioni si nascondono precarietà strutturale, scarso valore aggiunto e un cortocircuito formativo mai risolto.
Il Commento del Dott. Salvatore Guerriero
Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo (PMI International)
«I dati Excelsior-Unioncamere di questo mese confermano ciò che come Confederazione sosteniamo da tempo: il tessuto imprenditoriale e produttivo manifesta una grande tenuta e un forte desiderio di crescita, ma viene costantemente frenato da zavorre strutturali che penalizzano sia le aziende che i lavoratori.
Non possiamo accontentarci di celebrare oltre mezzo milione di entrate se quasi il 80% di esse è incardinato su formule contrattuali precarie e se le nostre micro, piccole e medie imprese continuano a sbattere contro il muro del 44% di posizioni introvabili. La vera sfida globale e dell’internazionalizzazione si vince sulla qualità e sulla competitività delle competenze, non sul turnover esasperato di contratti a termine.
Per rilanciare il Made in Italy e rendere attrattivo il nostro mercato occorre un’alleanza strategica tra istituzioni, mondo della formazione e sistema datoriale: servono incentivi concreti alle imprese che stabilizzano i giovani, una riforma coraggiosa della formazione tecnica e politiche trasparenti per l’integrazione e la valorizzazione delle risorse umane.»
TESI IN EVIDENZA: Misurare la salute dell’economia conteggiando unicamente il volume lordo di contratti attivati nasconde la reale natura del mercato italiano: un’occupazione a termine, concentrata su settori a bassa produttività e penalizzata da un mismatch di competenze al 44,1%.
1. I grandi numeri e la realtà contrattuale
Le ultime rilevazioni del Bollettino Excelsior di Unioncamere e ANPAL dipingono una fotografia apparentemente rassicurante del mercato del lavoro italiano: per il mese di settembre sono previste 565 mila entrate programmate dalle imprese, che salgono a circa 1,5 milioni se si allarga lo sguardo all’intero trimestre autunnale. Cifre importanti, che raccontano un tessuto produttivo ancora dinamico.
Tuttavia, se si gratta la superficie dei grandi numeri, il quadro che emerge è quello di un’occupazione fragile, caratterizzata da una profonda precarietà strutturale e da un cortocircuito formativo che il Paese non può più permettersi di ignorare.
La trappola del turnover elevato
Il primo elemento critico risiede nella natura stessa delle assunzioni previste. Soltanto il 22% dei contratti proposti sarà a tempo indeterminato o di apprendistato. La schiacciante maggioranza delle entrate—quasi quattro su cinque—è legata a forme contrattuali a termine, stagionali o in somministrazione.
Si rischia così di scambiare il continuo turnover di contratti brevi per una reale crescita dell’occupazione. Un singolo lavoratore che inanella due o tre contratti precari nello stesso periodo figura più volte nelle statistiche come “nuova entrata”, alimentando un’illusione quantitativa che nasconde la realtà quotidiana di milioni di persone. Con una quota di contratti stabili così ridotta, come si può chiedere alla platea degli under 30 (a cui è destinato il 27,6% delle offerte) di pianificare la propria vita, accedere a un mutuo o raggiungere una vera autonomia finanziaria?
2. Il nodo del Mismatch e la polarizzazione economica
Quando il lavoro c’è ma mancano le competenze
Il secondo nodo irrisolto è il dilagante fenomeno del mismatch occupazionale: le imprese dichiarano di non riuscire a trovare i candidati cercati nel 44,1% dei casi. Quasi una posizione su due rischia di rimanere scoperta o di richiedere tempi di selezione estenuanti.
Questo dato è l’ennesima certificazione del fallimento del raccordo tra il sistema d’istruzione, l’università e il mondo della produzione. Da un lato mancano profili tecnici specializzati e competenze al passo con la transizione digitale ed ecologica; dall’altro, sussiste un problema di competitività delle retribuzioni. Quando un’azienda lamenta la mancanza di candidati, la domanda da porsi è duplice: manca davvero la risorsa umana o mancano condizioni d’ingaggio adeguate per attrarre e trattenere i talenti nel nostro Paese?
FOCUS STATISTICO: La composizione dell’occupazione
22% contratti stabili (tempo indeterminato / apprendistato)
44,1% tasso di difficoltà di reperimento dei candidati (mismatch)
27,6% quota di entrate riservata agli under 30
23,0% quota riservata a lavoratori stranieri
Bassa qualifica e apporto estero
Analizzando la tipologia dei profili più richiesti in termini assoluti, il bollettino mostra come la domanda continui a concentrarsi su figure a bassa qualifica o legate ai servizi tradizionali: addetti alle vendite, personale di pulizia e addetti alla logistica o alle consegne. Per quanto la richiesta di ingegneri e specialisti sia in crescita percentuale, in termini di volumi reali l’Italia continua a basare gran parte della sua occupazione su settori a basso valore aggiunto e ridotta produttività.
Parallelamente, il report evidenzia come il 23% delle assunzioni sia destinato a lavoratori stranieri, a dimostrazione di una dipendenza ormai strutturale da manodopera estera per garantire l’operatività di settori chiave come i servizi, la cura della persona e la logistica.
3. Tre proposte di policy per invertire la rotta
Per superare queste fragilità strutturali non servono incentivi temporanei a pioggia, ma riforme mirate e capaci di agire sia sul lato della domanda che dell’offerta di lavoro:
Riforma strutturale degli ITS Academy e orientamento precoce: Occorre quadruplicare gli investimenti sugli Istituti Tecnici Superiori, modellandoli sulle filiere industriali locali e introducendo moduli di orientamento obbligatori già a partire dal triennio delle scuole medie superiori. Avvicinare la formazione tecnica alle reali esigenze produttive è l’unico modo per abbattere drasticamente quel 44,1% di posizioni introvabili.
Disincentivo fiscale al “precariato di ritorno” e sgravi premiali per la stabilità: È necessario incrementare progressivamente il costo contributivo dei contratti a termine reiterati per la medesima mansione, destinando le maggiori entrate a un taglio drastico del cuneo fiscale per le aziende che trasformano i contratti a tempo indeterminato, in particolare per gli under 30.
Patti Formativi d’Impresa co-finanziati e condizionati: Per evitare che le aziende richiedano profili già pronti su mercati saturi, occorre introdurre crediti d’imposta per la formazione interna dei neo-assunti a condizione che il percorso formativo porti a un inquadramento stabile e alla certificazione di competenze spendibili nel mercato del lavoro.
Conclusione: spostare il focus dalla quantità alla qualità
I dati del bollettino ci dicono che il lavoro in Italia non manca, ma la sua qualità resta gravemente insufficiente. Continuare a misurare lo stato di salute dell’economia conteggiando semplicemente il numero di contratti attivati significa ignorare le radici della stagnazione dei salari e del disagio sociale. Senza un cambio di passo deciso e la messa a terra di riforme coraggiose, le 565 mila entrate programmate per questo mese rimarranno solo una cifra ad effetto in una statistica di passaggio.
A cura di Massimiliano Napolitano
